Bari, Puglia, Italia, Antifestival, Triggiano

Errare a Bari per l’Antifestival.

Geografie musicali.
La signora si accorge che il rettangolo blu con scritto Foggia sfugge via oltre il finestrino. Non è possibile urla, non me ne sono accorta urla, dovevo scendere urla, e adesso? E adesso si aggrappa alla maniglia rossa anche se siamo ormai circondati solo da erba bruciata e ulivi che si contorcono sotto il peso del sole. Avevamo già un’ora di ritardo. Se non fosse stato per il marito e per l’intervento dei controllori, forse avrebbe rischiato qualcosa in più dei mezzi insulti che sibilano tra i denti di tutti. Il treno sta fermo un’altra mezzora, ma alla fine arranca fino a Bari. Un po’ per l’impazienza, un po’ per la stanchezza, stavo per scendere a Molfetta. Non sapevo che fosse tra Barletta e Bari. Non sono mai stato bravo in geografia e nella mia mappa personale era solo un nome da collocare accanto a Caparezza. Molfetta, frazione di Caparezza. Mappa in scala musicale.

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Problema: unire il punto A con il punto B, determinando quanto imbarazzo proveranno nell’incontrarsi.
Carlotta mi aspetta in stazione, la vedo oltre le ditate sul finestrino e la riconosco subito. È insieme a un uomo che non conosco, immagino abbia a che fare col festival. Non ci eravamo mai visti io e Carlotta ma ci siamo riconosciuti subito. Merito o colpa di Facebook, che ha cancellato per sempre anche l’ultimo rigurgito di quel fascino ottocentesco che si provava nell’incontrarsi senza essersi mai visti, quel residuo di brivido che solo i viaggiatori di un tempo ormai consegnato alla letteratura possono aver provato davvero, ma che in forma minore era riuscito a sopravvivere fino a una manciata di anni fa. Mi riconoscerai? Ti riconoscerò? Indosserò una maglia blu, sono alta, sono basso, ho i capelli un po’ ricci, ho uno zaino verde scuro. Immaginare come sarà chi avremo davanti, indovinarne i gesti, sorprendersi magari, cercando di riallineare la realtà con l’immaginazione, cercando congruenze tra volti e parole scambiate. Di tutto questo, oggi rimane solo un lieve e prosaico imbarazzo, che riesce però a rendermi felice perché mi fa sentire vivo. Mi piace molto provare imbarazzo, incontrarsi è imbarazzarsi, riconoscere l’imbarazzo come emozione significa che non siamo ancora solo punti da congiungere su una lavagna virtuale. Ci presentiamo, io faccio un lavoro senza nome che non so definire e anche questo è sempre motivo ulteriore di imbarazzo, l’uomo è Nico Pillini, vignettista satirico per la Gazzetta del Mezzogiorno e autore del libro That’s all folks. Carlotta è Carlotta, l’organizzatrice dell’AntiFestival. In due secondi il lieve strascico di fastidio per il ritardo del treno è finito nella cartella cestino. Svuota cestino. Sì, sono sicuro.

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La concretezza dell’essere.
Triggiano è un paesino a pochi minuti da Bari. Carlotta e tutti i suoi colleghi e colleghe si sono dati un mucchio da fare per questo prima edizione del Festival. Sul palco si alternano nomi altisonanti che non conosco, ma che dovrei conoscere, tra cui la conduttrice di Otto e mezzo, e anche dopo che me li hanno detti mi sfuggono via dalla testa. Sono un disastro coi nomi. Alla fine c’è anche un comico che fa satira politica giocando sul fatto che i politici – da sempre pessimi comunicatori – non hanno realmente capito le potenzialità dei media sociali e non sanno costruire dialoghi con gli interlocutori. Io rido e penso che abbia ragione e penso anche che i politici non abbiano mai saputo costruire dialoghi e non abbiano mai saputo comunicare nel senso di mettere in comune, hanno sempre e solo saputo monologare davanti ai loro specchi immaginari in cui, solo raramente, entrava il riflesso di qualche persona comune, forse per sbaglio. Quando capiranno i social media, vorrà dire che i social media saranno già stati superati.

Conoscono Maria Grazia e Giovanni e StefanoCristò (questi nomi me li sono ricordati tutti) e incontro due autrici Erranti: Giulia e Lina. Mi spiegano che pur essendo entrambe di Noci, non si erano praticamente mai viste e si sono conosciute grazie a NarrantiErranti. Questo per me è un piccolo miracolo, è già molto oltre a quello che avrei osato immaginare quando iniziai con il progetto. Questa è la parte emozionante e incredibile e sana di Facebook. Ci sono io, che sto parlando con Lina e Giulia, che molto probabilmente non avrei mai incontrato se non fosse stato per tutto questo. Ora siamo qui, in carne e ossa e vestiti e occhiali e profumi e voci, che proviamo imbarazzo e che cerchiamo di superarlo, che ci ascoltiamo e ci raccontiamo, cercando di comunicarci un po’ del nostro mondo. Per fortuna Lina fa un lavoro molto simile al mio. Non devo compiere acrobazie verbali per cercare definizioni che nessuno si è mai dato la pena di coniare. A cena assaggio la pizza con i fiori di zucca e la mozzarella di bufala che sanno di fiori di zucca e mozzarella di bufala e questo forse è il miracolo dei miracoli. In Emilia la mozzarella di bufala sulla pizza è un concetto molto più virtuale di Facebook.

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Il primo viaggio sul sole.
Alla mattina Maria Grazia e Carlotta mi accompagno in giro per Bari. Io Bari non l’avevo mai vista e volevo almeno respirarla un po’. C’è questa zona del centro che hanno strappato al degrado e meno male perché è come trovarsi dentro a quadri metafisici, con spazi e volumi e ombre tagliate e vuoti e pieni che ti riempiono e ti svuotano e ti fanno sentire parte di quegli scenari. E c’è questa pietra bianca, bianchissima che ti abbraccia e ti scarica addosso un milione di megawatt di energia solare. A Bari il sole lo puoi toccare, calpestare, respirare, pesare, mangiare esattamente come il riso-patate-e-cozze che qui, mi spiegano, si chiama patate-riso-e-cozze perché in barese suona meglio così e rispecchia con più fedeltà l’ordine degli ingredienti nella ricetta. E poi c’è una finestra smisurata che da lontano doveva sembrare una porta per ingannare la prospettiva degli invasori provenienti dal mare e far incagliare le loro navi. C’è San Nicola che fu rubato ai turchi ma da sempre si preferì dire traslato, un po’ come ora operatore ecologico appare più nobilitante che spazzino. Nella sua basilica hanno acceso anche gli ortodossi, che si trovano davanti al santo per pregare secondo le loro verità. E c’è anche una chiesa russa perché Bari è meta di migliaia di ortodossi che provengono dal grande est. Tra i vari culti c’è pure quello dell’espressino. La crema di caffè, o per lo meno quella che io ho sempre chiamato così, a Bari si chiama in questo modo e possiede tutta una sua religione, fatta di luoghi di culto dove viene preparato secondo i crismi e luoghi sconsacrati dove è preferibile non ordinarlo. Scopro in fretta che l’espressino è la cura migliore per le indigestioni di sole.

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E poi tocca a me.
Corsi e ricorsi. Mi avevano parlato di questo libro alcune settimane fa due amici, durante uno dei nostri lunghi viaggi. E ora eccomi qui sopra a un palco, davanti a persone che si aspettano risposte brillanti o per lo meno chiacchiere interessanti, a parlare di scrittura e mezzi di comunicazione, in una tavola rotonda con Carmine Castoro, autore del libroMaria De Filippi ti odio. Devo ammettere che passo diversi minuti a chiedermi come questo sia possibile. Devo ammettere di sentirmi sorpreso, e di nuovo imbarazzato e in fondo anche un po’ lusingato. Continuo a chiedermi come sono arrivato qui, tanto che – così concentrato su questo pensiero – quasi vengo colto di sorpresa dalle parole Tommaso Montefusco, preside di un liceo di Triggiano, che racconta i percorsi che stanno compiendo insieme ai ragazzi per trovare, anche grazie agli strumenti dei media sociali, nuovi linguaggi per l’insegnamento. Il preside, altro vertice della nostra triangolare tavola rotonda, affronta con una sensibilità, un’umiltà e una competenza sorprendenti temi che mi stanno molto a cuore e che raramente ho sentito affrontare con la stessa accuratezza da nomi ben più noti nel fantastico mondo della comunicazione. Vorrei alzarmi dalla sedia e abbracciarlo, o stringergli la mano almeno, vorrei dirgli che anche io penso che sia solo questo il modo, questa la via. Vorrei dirgli che anche io penso che l’unica strada sia farsi nuove domande, provare a guardare le cose da dentro e non dall’alto. È inutile guardare i social network con distacco, rifiutandoli o negandone le potenzialità, almeno quanto è pericoloso accettarli senza un senso critico. Vorrei chiedergli di spiegare meglio come funziona l’insegnamento per assi, in cui si sperimenta l’apprendimento del latino insieme alla grafica, cercando di favorire le connessioni che ci rendono creativi e ci permettono di costruire nuove forme di conoscenza, anziché procedere per settori confinati da muri di Berlino che ormai dovrebbero essere tutti crollati da un pezzo. Ma non sta a me parlare. Tocca a Carmine Castoro, che racconta del suo libro e delle sue esperienze.

Quando tocca a me faccio del mio meglio per comunicare che io mi considero un semplice artigiano, e per tanti anni sono stato anzi un operaio, della comunicazione. Che ho soltanto avuto un’idea e che quest’idea sta funzionando, talmente tanto che un po’ mi preoccupa.

Altro giro, altre domande, altre risposte. Una parte di me lo sentiva fin dall’inizio che sarebbe accaduto, che Carmine Castoro avrebbe messo in discussione il mio progetto: troppo virtuale, troppo un giochino, tutt’al più un curioso divertissemènt. In realtà a me fa piacere che lo dica, non so perché, non riesco a spiegarmi perché non mi sento infastidito. In parte credo che sia merito dell’imbarazzo che ho provato, del sole che ho mangiato a Bari e dell’Espressino che mi ha curato e degli ortodossi che pregano insieme ai cattolici e delle porte che hanno una storia come nel primo capitolo di un libro che ho letto almeno sei volte, e delle persone che si sono fatte il culo per costruire un nuovo Festival e per farlo al meglio. Lascio che siano queste sensazioni a parlare e a dire il vero non so bene quello che dico. Racconto della poesia dell’incontro, della magia del conoscersi, del miracolo di mettere in relazione persone vere con peli carne ossa, di età culture e provenienze diversissime, di costruire relazioni in base a un interesse comune per la scrittura. E spiego che in questo stesso momento alcune di queste persone sono proprio qui, a Triggiano, e che anche solo poterle incontrare e conoscere per me è straordinario: NarrantiErranti usa facebook come strumento ma non si esaurisce lì. Mi sembra, forse lo immagino soltatnto, che Carmine cambi espressione e mi ascolti con un po’ più d’interesse. Forse, dico forse, un poco annuisce. A fine serata ci salutiamo con una reciproca pacca sulla spalla e un sentiamoci e per me va davvero benissimo così.

San Marco, Bari, Puglia, Italia, Antifestival, Triggiano


Gomitoli, più che reti.
E poi conosco l’Errante Francesco Misceo e Valentina (che mi spiega che Francesco vive a due passi dal b&b dove ho dormito) e Ilenia e Luca e molti altri. E Francesco ha conosciuto Giulia e Lina, e Lina mi ha parlato di Elisabetta, che è una sua amica che ora vive a Parigi e che io ho conosciuto molti anni fa a Milano. Ma dai? Ti giuro. Davvero? Ti giuro. E Giulia mi regala una marmellata fatta da lei e mi racconta di come grazie a NarrantiErranti abbia conosciuto un altro Francesco, e tutto – tutto – continua a sembrarmi un miracolo. E nel frattempo – a proposito di miracoli – mi appare tra le mani un libro di Cristò, che ringrazio infinitamente e che sto già leggendo. Ed eccomi qui, di nuovo in treno, a scrivere un po’ per raccontarvi un po’ per mettere ordine tra tutte queste sensazioni.

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