In treno da Modena a Milano. L’avventura interiore di un pendolare.

Un treno macilento procede da Modena a Milano, in un percorso che inizia nel freddo umido di una mattina appena affiorata sulla campagna dell’Emilia e si trascina inesorabile fin dentro al tubo digerente della metropoli. Un viaggio che ho percorso da pendolare per molti, molti anni, cercando di non soccombere all’abitudine.

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Piacenza, prossima fermata Capienza.

Il tredicenne di fianco a me sfoglia un albo di supereroi. Marvel forse. Non me ne intendo tanto. E poi in realtà qui da noi non se ne vedono molti. Alla fine il tredicenne italiano, in genere, non credo sia un gran cultore dei supereroi. Mi sa che in Italia non hanno mai attecchito più di tanto, ammettiamolo. Eppure quando al cinema fanno l’Uomo Ragno, o Batman, regolare che spopolano. O adesso, con gli Incredibili. È la parodia di una cultura che qui non ha tutto questo seguito. Però fa il pieno nelle sale. Io anche ci sono andato, e personalmente l’ho trovato splendido.

Comunque, il treno va a passo di lumaca agonizzante come al solito, io non ho niente da leggere e il tredicenne di fianco a me continua a sfogliare il fumetto. Non mi sembra che lo legga davvero. Cioè, magari lo legge. Lo legge e basta però. E questa, nonostante io non sia assolutamente un cultore, è una cosa che non ho mai sopportato. Un fumetto lo devi osservare per bene. È nato per quello. Non puoi leggere le vignette e scorrere via. I disegni sono fondamentali diobono. È come andare al cinema e chiudere gli occhi, lo capisci?

Quando non ho niente da leggere, in treno divento matto. Faccio questo genere di ragionamenti da vecchio sclerotico. È che non sopporto la noia. Non ci credereste a quello che faccio in treno, quando non ho niente da leggere. La placchetta d’alluminio mi salva per quattro secondi: c’è scritto di non sporgersi in quattro lingue. Una lingua al secondo. Poi c’è il divertimento del riflesso sul vetro. Guardi la parte metafisica del treno, gli spettatori comodamente seduti che vivono la loro vita autonoma nel riflesso del finestrino. Solo quando qualcuno si gira a guardare si sistemano indifferenti cercando di imitare alla perfezione la nostra postura. Ma un giorno, con una finta, li smaschererò.

L’anagramma delle stazioni mi porta via un altro po’ di tempo e di noia. Modena ad esempio si anagramma facilmente in Monade, che sarebbe un concetto della filosofia di Leibniz se non mi sbaglio. Certo, Nomade è ancora più semplice e forse più azzeccato: è proprio come mi sento io, ogni lunedì alle zerosei e cinquantatré, in stazione con il mio bagaglio composto solo da uno zaino.

Quando non c’è nebbia, c’è pure il birdwatching: stamattina sono sicuro di aver già individuato qualche fagiano, un airone e persino un uccello rapace, forse una poiana, chi lo sa. In ogni caso, quando tutte queste possibilità sono esaurite, penso. È una cosa così, una specie di hobby. Un flusso di coscienza semicontrollato. Sono una specie di surfista. Un po’ le onde mi portano, un po’ dirigo io la tavola. Questa metafora la devo aver letta da qualche parte, temo.

E insomma, partito dal Mar d’America, Golfo dei Supereroi, mi ritrovo subito nel Mediterraneo. Grecia, tanti secoli avanti Cristo. C’è tutto il pantheon degli dei schierato al completo. Non manca nessuno. Nessuno di quelli che ricordo io, ovviamente. Io li guardo, nelle loro pose da divi, e qualcosa non torna. Chi lo sa, penso. Ma ‘sti greci ci credevano davvero che questo branco di casi non umani fossero divinità?

Altra pagina, altra fermata. Parma, anagrammi possibili: solo Rampa. E in effetti è una delle città più ricche e rampanti dell’Emilia, più piena di manager e figli di papà in BMW che di formaggio da grattugiare. A meno che non si consideri valido Arma P, che sarebbe forse un’arma segreta da film di spionaggio. Come procede la messa a punto dell’Arma P, tenente? Tutto sotto controllo, signore, i test sostenuti sono stati ampiamente superati, signore.

Vabbè, gli dei greci, dicevamo. Alla fine niente mi vieta di pensare che non fossero altro che supereroi. Ecco, l’ho detto. Ma insomma provate a pensarci. Sono troppo simili. Ridicoli allo stesso modo. Con i poteri, il costume e tutto il resto. Io un po’ me lo immagino, un archeologo del tremilaequalcosa che riporta alla luce fumetti e film della nostra epoca. Sarebbe impossibile scambiare i supereroi per la nostra mitologia? Io dico di no. Anzi, già me li vedo, i poveri studenti delle medie del tremila costretti a imparare a memoria i nomi assurdi dei nostri dei in calzamaglia. E per ognuno, i valori che incarnava nella nostra religione. Batman, l’uomo pipistrello. Che in realtà è una specie di Hercules. Cioè, non un vero dio. Un uomo comune in grado di tenere testa al male. Capite? Se le rappresentazioni teatrali, i vasi, e persino l’Iliade e l’Odissea non fossero altro che fumetti d’avventura? Le mitiche anfore a figure nere su fondo rosso, non assomigliano tanto ai nostri mitici albi a figure nere su fondo bianco? Forse la gente greca non è che adorava Zeus come un dio. Lo adorava come i tredicenni americani adorano Superman. E i sacrifici, i riti, e tutto il resto?

Piacenza, prossima fermata Piacenza. Anagramma: Capienza. In effetti tanta gente sale a Capienza.
Il tredicenne è quasi alla fine del suo albo. Io, cavalcando le tavole che sbircio, continuo a farmi portare dalle onde dei pensieri. I riti, dicevo, i sacrifici eccetera. Bah, anche chi legge i fumetti ha i suoi riti, no? La massa di ragazzini che si faceva rapare la testa col simbolo di Batman ve la ricordate? Non è un rito, forse? E le migrazioni di massa verso le sale che proiettavano Spiderman? Nel tremila considereranno tutti questi comportamenti come riti sacrificali verso le nostre divinità. Dei pop. Ecco cosa sono i nostri eroi in costume. Ed ecco quello che forse erano i cosiddetti dei greci.

Il ragazzino chiude l’albo e prende la giacca. Una controllatina all’orologio. Le ruote stridono. Capolinea. La fila dei pendolari intasa ogni spazio del vagone. In quel carnaio, come rassegnate bestie d’allevamento, ci siamo anche io e il mio inconsapevole compagno di viaggio. Nient’altro che due animali senza nome in un gregge senza misura. Lentamente, sempre più lentamente, ci trasciniamo verso l’inesorabile porta metallica.

Già, eccoci arrivati a Ti Macelleranno. Per gli amici Milano Centrale. Davanti a me, il ragazzino ha già toccato terra. Lui, almeno, avrà il suo dio da pregare.

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