Alhambra, Granada, Andalusia, Spagna

Andalusia on the road.

Otto giorni in Andalusia con una macchina a noleggio, sette città visitate e milleduecento chilometri percorsi. Tra i volteggi dei grifoni e i ricami sul marmo dell’Alhambra.

PRIMA TAPPA: MALAGA

Un’ora buona per ottenere le chiavi della macchina e almeno un’altra per trovare l’hotel, che si trova in realtà in una viuzza parallela a quella indicata sul voucher, resa ancora più inaccessibile dal traffico ingarbugliato di Malaga, a causa di un’infinità di cantieri stradali che puntualmente, a ogni rotonda, ci costringono a girare dalla parte opposta rispetto a quella indicata sul navigatore. Il tragitto che abbiamo percorso sin qui si snoda attraverso periferie industriali e quartieri costellati da palazzoni decadenti e capannoni dal colore indefinito, che impediscono allo sguardo di farsi strada tra i vicoli e scorgere il mare. È un sollievo scoprire alla reception dell’hotel che il centro si trova a solo cinque minuti a piedi da qui.

Malaga, Andalusia - Pop Up Pompidou
Malaga, Andalusia – Pop Up Pompidou

Ed eccoci immersi nella zona portuale dell’unica città di mare prevista nel nostro viaggio (in realtà, concedendoci diverse deviazioni, ne vedremo altre). Qui, in quest’area, Malaga ricorda vagamente Barcellona: aperta, contemporanea, piena di vita, costellata di locali dove le ambizioni del design si mescolano e si confondono con le tracce della storia cittadina, forse a volte un tantino esibita a favore di turista (è qui che è nato, in fondo non molti anni fa, un certo Picasso, ed è sempre qui che sorge uno dei musei più importanti dedicati a lui – ma che per mancanza di tempo non ci è possibile visitare in questo viaggio). Come accade a Barcellona, mi pare che anche in questo angolo di Malaga, specie intorno alla zona del coloratissimo Pop-up Pompidou – una sorta di spin-off del museo francese, costruito in cemento trasparente – avvenga quella piccola magia che ci permette di avvertire l’anima di un luogo: ci si sente subito accolti in un progetto, abbracciati dentro a un’architettura costruita per farti vivere una sensazione, per trasmetterti la voglia di usare quel luogo, di starci bene mentre bevi una San Miguel guardando le navi salpare, o prendi in giro i turisti come noi, o strisci in skate godendo della levigatezza della pavimentazione. Mentre fotografo le ombre rosse, gialle, verdi e blu proiettate verso il mare, vivo la sensazione netta che la storia e il futuro di questa città siano due facce della stessa medaglia, e riescano in qualche modo ad abbracciarsi e a convivere.

Malaga, Andalusia - Spiaggia
Malaga, Andalusia – Spiaggia

Dopo qualche tapas (le prime di molte altre che ordinerò in questo viaggio) godendoci l’imbrunire sulla spiaggia, ci arrampichiamo su per l’Alcazaba, l’antica fortezza islamica da cui tutte le cartoline della città vengono realizzate, con la Plaza de toro che sembra sul punto di salpare, da quanto appare vicina alle acque del Mediterraneo.

Malaga, Andalusia - Alcazar
Malaga, Andalusia – Alcazar

Scendiamo dall’Alcazaba intono alle otto di sera e il centro storico ci si schiude davanti, con i resti di un teatro romano da un lato e le istallazioni di Moore dall’altro. Ci perdiamo nei vicoli straripanti di persone, diamo un’occhiata alla cattedrale e ci affidiamo alla guida (quando siamo stanchi o non abbiamo il tempo per girare troppo lo facciamo volentieri) per una cena vegetariana al Lechuga, in Plaza de la Merced, dove assaggio un cous cous profumatissimo e un po’ reinterpretato, con uvetta e frutta secca mescolate alla menta e ai cetrioli. Sulla via del ritorno è il canalone prosciugato, trasformato in una pista dove fare fitness, correre o pattinare, ad attirare la nostra attenzione.

Malaga, Andalusia - Plaza de Toro
Malaga, Andalusia – Plaza de Toro

1. LE TAPAS
Forse ti stai chiedendo, se per caso non sei mai stato in Spagna, cosa sono le tapas. Sono una vera istituzione, un po’ come l’aperitivo a Milano o le mezedes in Grecia: piccoli e saporiti assaggi dal prezzo molto ragionevole, che vanno dalle olive alle sardine, dalla torta di patate ai peperoni arrostiti, dal riso alle melanzane, con cui spiluccare o persino cenare. Ma oltre a questo, sono anche una forma mentis, un approccio al cibo, un modo antico e intimamente mediterraneo di mangiare, molto conviviale e meno irrigidito del tipico pranzo italiano: primo-secondo-dolce. Permette di assaggiare sapori diversi senza stancarsi, condividendoli anche con altre persone al proprio tavolo. Spesso i miei viaggi seguono questa stessa filosofia: le mie tappe somigliano a tapas, mi piace lasciarmi portare in giro dal vento e assaggiare un po’ tutto, andando oltre al menù compilato prima di partire.

SECONDA TAPPA: GIBILTERRA

Prima deviazione dal percorso stabilito: in realtà già durante la progettazione dell’itinerario eravamo quasi certi che prima di Ronda avremmo dato almeno una sbirciatina a Gibilterra. E così eccoci in macchina verso sud ovest, diretti in questa incognita irrisolta per metà inglese, per metà spagnola e per l’altra metà – sì, perché per comprenderla bisogna ammettere l’esistenza di almeno tre metà – indipendente. È un grosso sasso appuntito che appare dietro l’orizzonte, Gibilterra, un macigno altezzoso e tagliente sul Mediterraneo, che sembra portato in elicottero dal Regno Unito e sganciato qui in Spagna, non si sa bene per quale ragione. Passiamo la dogana, lasciamo l’auto in un parcheggio che concede la grazia a noi europei di accettare anche pagamenti in euro (ma con un cambio svantaggiosissimo) ed eccoci dentro a Main Street, un vialone pedonale un tantino surreale, zeppo di locali con le facciate colorate e lo stile da pub inglese, dove però si servono tapas e si sente vociare in spagnolo. La nostra guida consiglia la cabinovia, per salire sul promontorio sede del Parco Naturale, e dato che non abbiamo moltissimo tempo accettiamo il consiglio: quasi 30 euro a testa, che però – ci assicurano – valgono per visitare anche diversi monumenti e musei. Col senno del poi, avremmo potuto tranquillamente risparmiarceli e salire a piedi. Anzi, se leggi questo articolo anche in cerca di consigli, prendilo appunto come un consiglio: salite a piedi a meno che non vi avanzino 30 euro e che il sole non sia troppo, troppo violento.

Gibilterra - Veduta dal promontorio
Gibilterra – Veduta dal promontorio

Ci era capitato a Salem, nei pressi del lago di Costanza, di osservare le scimmie allo stato semi naturale, nel bel mezzo dell’Europa. Ma là era diverso: si trattava di un progetto di ripopolamento, le scimmie erano state portate per lo più dall’Africa, e l’area era pur sempre – sebbene decisamente grande – recintata. Qui a Gibilterra invece la colonia di macachi è autentica, autoctona, e totalmente padrona del territorio: abbiamo visto con i nostri occhi un maschio robusto e per nulla timido strappare letteralmente dalle mani due pacchetti di patatine appena acquistati da una turista e incautamente sventolati in aria verso i propri figli. Osservarle, queste scimmie, mi procura una sensazione ambivalente: da una parte c’è la meraviglia di poter vedere un animale così stupefacente, dall’altro mi infastidisce il rapporto che i turisti hanno con loro: ogni giorno contribuiscono a imbastardire la loro dieta, a interagire in modo non consapevole, a logorare i loro comportamenti naturali.

Gibilterra - Le scimmie del Parco Naturale
Gibilterra – Le scimmie del Parco Naturale

Forse, mi dico, dovrebbero permettere solo visite a piccoli gruppi, accompagnati da una guida competente, come avviene per esempio all’Asinara, in Sardegna. Magari i 30 euro avrebbero anche un senso, a quel punto. Dedichiamo qualche minuto a una piccola grotta rovinata da luci multicolori incredibilmente kitsch, dopodiché proseguiamo con una breve visita al museo dedicato alle travagliate battaglie storiche che segnarono la storia di Gibilterra e infine, dopo un’occhiata a quello che resta (poco) del castello moresco, con le scimmie che ci pedinano in cerca di cibo, siamo di nuovo in auto. Direzione: Ronda.

Gibilterra - Le scimmie del Parco Naturale
Gibilterra – Le scimmie del Parco Naturale

2. QUALCHE DRITTA SU GIBILTERRA
1. Sì, si vedono davvero le coste dell’Africa, e sembrano vicinissime, quasi raggiungibili a nuoto.
2. Conviene pagare tutto con la carta di credito o, se possibile, portarsi qualche sterlina inglese – intercambiabile con quella locale – per evitare cambi al limite dell’inverosimile.
3. Sulle indicazioni, se non trovare Gibilterra, cercate La Línea, il paese spagnolo confinante (Immagino, ma forse sbaglio, che gli spagnoli non amino molto pubblicizzare Gibiliterra, perché si vedono pochissime indicazioni per non dire nessuna).
4. In ogni caso, il nome spagnolo è Gibraltar: proviene dall’arabo Jebel Al Tarik, ovvero Montagna di Tarik, il condottiero musulmano che la conquistò nei primi anni del 700.
5. Oltre che scimmie, a Gibilterra si possono avvistare cicogne (avvistata chiaramente una) e gradi rapaci (nessun avvistamento da parte nostra, purtroppo).

TERZA TAPPA: EL HORCAJO E PEÑON DE ZAFRAMAGON

La strada da Gibilterra a Ronda è lunga ma incredibilmente piacevole, con orizzonti ampissimi prima e una bella arrampicata verso i monti poi. Un po’ per dare un’occhiata al panorama, un po’ per rimetterci in sesto e rassicurarci sulla direzione, facciamo una sosta in un vecchio bar di montagna, che accoglie diversi motociclisti. Mi diverto sempre a sbirciare le abitudini altrui e mi sento quasi dentro a uno spot pubblicitario, quando un corpulento easy-rider ordina, alle sei del pomeriggio, un latte macchiato da accompagnare a qualche tapas.

El Horcajo, Andalusia
El Horcajo, Andalusia

Arriviamo a El horcajo giusto in tempo per lavarci e cenare: è una vecchia fattoria ristrutturata meravigliosamente, a qualche chilometro da Ronda, proprio sul confine del Parco Naturale di Sierra Grazalema. Abbiamo scelto di dormire qui per due notti, per darci la possibilità di vivere anche il lato più selvatico e montano dell’Andalusia. Nemmeno scendo dall’auto e avvisto un rapace piuttosto grosso, che non riesco a identificare. Volteggia lento in ampi cerchi senza quasi un battito e sembra avere il dorso e la parte inferiore delle ali più chiari rispetto al resto della livrea. In base alle informazioni che ho sui rapaci presenti in queste zone, giudico che possa essere un’aquila minore o un capovaccaio. O forse persino un Grifone. Purtroppo non ho sufficiente competenza per sapere se almeno una delle mie ipotesi sia sensata, ma l’emozione è davvero molto forte. Ecco qui lo scatto più decente che siamo riusciti a ottenere, magari qualcuno di voi riesce a identificarlo.

El Horcajo, Andalusia - Un rapace
El Horcajo, Andalusia – Un rapace

Ceniamo qui – riusciamo a trovare anche cibo per vegetariani – e beviamo un tè sotto una luna pienissima, che illumina la notte e si riverbera sulla calce bianca delle pareti che ci circondano, mentre sfoglio la guida per capire cosa sia meglio fare domani. È così che scopriamo l’esistenza delle vie verdi, antiche ferrovie riconvertite con una splendida intuizione in sentieri e piste ciclabili che attraversano percorsi d’interesse naturalistico. Per puro caso – non lo avevamo progettato – la più importante di esse è nei pressi di Olvera, non troppo distante da qui: passa proprio davanti al Peñon di Zaframagon, un monte aspro e roccioso che ospita la più numerosa colonia di Grifoni in tutta l’Europa. Vedere un grifone in natura è un mio sogno di bambino, che per anni ho creduto irrealizzabile: non possiamo non tentare l’avventura.

Peñon de Zaframagon, Andalusia - Parco Naturale
Peñon de Zaframagon, Andalusia – Parco Naturale

Dopo misteriose stradine che si arrampicano sempre più su, lasciandosi alle spalle anche le più ostinate tracce di umanità, e qualche enigmatico chilometro di sterrato senza quasi nessun cartello a cui ancorare le nostre speranze, eccoci – scarpe da trekking e zaino in spalla – sulla via verde, un po’ incerti e non troppo fiduciosi: ci sarà davvero il centro di avvistamento Grifoni? Sarà aperto?
Un ciclista ci assicura di sì: a qualche chilometro da qui dovrebbe esserci la struttura che cerchiamo, con uno schermo collegato a una telecamera per mostrare la vita dei grifoni in diretta.
«Ma quei puntini lassù… su quelle rocce… non è che sono… ?» Giulia indica alcune sagome lontanissime in controluce, sulle rocce di quello che evidentemente è il Peñon. Prendo il binocolo e resto esterrefatto: ci sono decine e decine di grifoni appollaiati lassù, ne distinguo chiaramente alcuni volare da una roccia all’altra, esibendo un’apertura alare straordinaria, che supera di diverse decine di centimetri quelle dell’aquila reale. Ci passiamo il binocolo per molte volte, prima di credere davvero a quello che stiamo vedendo: non mi era mai capitato niente di simile e osservare con certezza una colonia di Grifoni in natura è un’emozione paragonabile a quelle che provavo da bambino quando mi portavano allo zoo.

Peñon de Zaframagon, Andalusia - Parco Naturale
Peñon de Zaframagon, Andalusia – Parco Naturale

Poco dopo arriviamo al centro visitatori: per la verità di visitatori se ne vedono solo due, e quei due siamo io e la mia ragazza. Paghiamo molto più che volentieri i 2 euro che finanziano il programma di salvaguardia e danno accesso al piccolo ma curato museo con le informazioni sulle specie tipiche di questa riserva protetta – e alla webcam che mostra la vita dei Grifoni in tempo reale. È qui, grazie alla guida che non parla inglese ma con cui riusciamo più o meno a capirci divincolandoci tra italiano e spagnolo, che scopro che l’airone, in Spagna, si chiama Garza Real (in effetti è il più grande esponente della famiglia delle garzette e il nome pare piuttosto appropriato) e che i Grifoni (la nostra guida non aveva mai sentito questo nome) si definiscono Buitre Leonardo (Noi non avevamo mai sentito questo nome). Chiedergli perché proprio Leonardo è troppo complicato e decido di lasciar perdere. In seguito, cercando in internet, ho scoperto che il nome proviene da questo quadro di Leonardo Da Vinci, in cui si ravvisa la presenza di un Grifone, simbolo associato alla verginità perché si pensava che la femmina venisse fecondata dal vento. Esiste anche una pubblicazione di Freud riguardo al significato profondo di questo quadro relativamente alla vita di Leondardo.

Buitre Leonardo
Buitre Leonardo

Scopro che vivono fino a quaranta anni e trascorrono tutta la loro esistenza qui, su queste rocce. E anche mentre torniamo verso l’auto non riusciamo a smettere di fotografarli – pur sapendo che con le nostre macchinette è solo fatica sprecata – mentre volteggiano a decine stagliandosi in controluce nel cielo.

Peñon de Zaframagon, Andalusia - Parco Naturale
Peñon de Zaframagon, Andalusia – Parco Naturale

3. PENSACI, PRIMA DI ELIMINARE QUESTA TAPPA DAL TUO VIAGGIO
Se ami la natura, è una tappa davvero incredibile: non c’è niente di più meraviglioso che osservare un animale nel suo regno, sapendo che si sta contribuendo a mantenere in vita progetti di conservazione e di turismo consapevole. Il mio sogno è che sempre più persone visitino centri come questo e sempre meno frequentino gli zoo. Ma forse è giusto così, forse è un bene che la poesia sia per pochi.

Peñon de Zaframagon, Andalusia - Parco Naturale
Peñon de Zaframagon, Andalusia – Parco Naturale

QUARTA TAPPA: RONDA

Non lo so se l’ho capita, Ronda. È una città, ma forse più che altro è due città, entrambe affascinanti, entrambe ambigue, unite e divise allo stesso tempo da un filamento di ponte costruito su un baratro vertiginoso. Sarebbe troppo facile dividere Ronda moderna da quella antica. E qui, in Andalusia, non c’è niente di facile. Il fatto è che c’è tutta una Ronda, quella che dovrebbe essere la città contemporanea, che ha la sua piazza centenaria, la sua cattedrale cristiana, il suo parco con una straordinaria vista sulla vallata, e la sua leggendaria Plaza de toro, la cui eco arriva a tutta la Spagna e ne oltrepassa anche i confini; e poi, oltre il ponte citato da Hemingway nel romanzo Per chi suona la campana, oltre la gola, oltre il baratro dove i corvi improvvisano acrobazie aeree, c’è il labirinto arabo della Ciudad: un groviglio di vie e viuzze che all’improvviso si aprono su giardini dal profumo di tiglio e limone e piazze splendide e indecifrabili, dove gli arabi, protetti dalle montagne, hanno continuato a regnare fino alle soglie del Rinascimento. Ronda è un interrogativo meraviglioso, un mistero affascinante. Forse per questo è così profondamente simbolica e così andalusa.

Ronda, Andalusia - Piazza
Ronda, Andalusia – Piazza

A Ronda ho passato almeno un’ora aggrappato alla balconata sulla gola, seguendo il volo dei gheppi e dei falchi grillai (così numerosi ne avevo visti solo a Matera) che dipingono in cielo invisibili glifi arabi e rivelano al vento e alle nuvole chissà quali segreti. Ronda, per tornare sulla terra, è anche il luogo dove sono stato stregato dal mio primo gazpacho, in un bar vagamente cadente, pieno di avventori che si salutavano per nome, seduti su sedie in plastica consunte e sbiadite dal sole, che mi ricordava certe atmosfere italiane dei primi anni ottanta e dove non era difficile nemmeno immaginare Ernest Hemingway con un taccuino in mano e un bicchiere nell’altra; infine, Ronda è dove alla sera abbiamo cenato oltre la porta di Carlo Quinto, in un locale celebrato dalle guide, quasi dentro a uno spartitraffico, ma con una vista irripetibile.

Ronda, Andalusia - Ponte Nuevo
Ronda, Andalusia – Ponte Nuevo

4. UN ASSAGGIO DI GAZPACHO
Il gazpacho è una zuppa di pomodoro tipica dell’Andalusia, di origine povera. Freddo, piuttosto acido e arricchito di peperoni e cipolla, è incredibilmente dissetante. Non è un caso che sia nato qui, per contrastare la calura, che si fa sentire già da maggio. Se ti piace il pomodoro e sei stanco e accaldato, ti verrà voglia di tuffartici dentro.

Gazpacho andaluso
Gazpacho andaluso

QUINTA TAPPA: CADICE

Non ce l’abbiamo fatta a dire di no a Cadice, anche se inizialmente non era nei programmi. Era troppa la voglia di scoprire la più antica città dell’occidente, troppi i racconti di amici e conoscenti, troppo grande il desiderio di guardare negli occhi l’Oceano Atlantico, anche se solo per poche ore. Eppure l’impatto è stato sconcertante: si accede attraverso un ponte incredibilmente trafficato ed è necessario attraversare tutta l’area moderna, uno spazio che viene difficile chiamare città: una sorta di immenso Lego di grattacieli costruiti in serie, un magazzino verticale dove gli edifici sembrano accatastati temporaneamente, in attesa di essere ricollocati in una posizione più appropriata non appena possibile.

Cadice, Andalusia - Porto
Cadice, Andalusia – Porto

È solo dopo aver superato tutto questo deposito di mattoni, cemento, ferraglia ed esseri umani, al ritmo sincopato di semafori pedonali che si accendono e spengono intermittenti e sclerotiche come luci di Natale, che si intravvede l’insolito skyline dell’abitato antico, dove il profilo delle navi e quello degli edifici si completano l’un l’altro e diventa quasi impossibile stabilire dove finisce un condominio e dove inizia un traghetto.

Cadice, Andalusia - Churros nei pressi del Mercado Central
Cadice, Andalusia – Churros nei pressi del Mercado Central

Abbiamo solamente una striminzita manciata di giri di clessidra da dedicare a questo fuori programma, così ci infiliamo dritti nel cuore della città, guidati verso il Mercado Central dal profumo intenso dei Churros: street food ante litteram, sono grandi anelli di pastella fritta, che vengono avvolti in carta oleata e mangiati lungo la strada, o imbevuti di cioccolato e consumati al tavolino di un bar durante la colazione. Ne acquistiamo un po’ per un solo euro e li sgranocchiamo mentre passeggiamo oltre l’Università, lungo l’Oceano, sino al Barrio de la Viña, oltre la porta un po’ cadente che ci appare come un’uscita d’emergenza dal caos cittadino: attraversiamo la Playa de la Caleta e ci spingiamo sino al Castillo de San Sébastian, che, circondato dalle acque e ancorato alla città solo da un esile cordone di terra, ricorda quasi una minuscola Mont-Saint-Michel. Lì, intorno al faro che si erge bianchissimo sopra l’ocra intenso della terra battuta, fervono i lavori per realizzare non capisco bene cosa, forse un intero complesso residenziale o forse una serie di ristoranti. Al rientro riesco a fotografare una garzetta in cerca di cibo tra gli scogli e poi siamo di nuovo in macchina, questa volta verso Siviglia.

Cadice, Andalusia - Verso San Sebastian
Cadice, Andalusia – Verso San Sebastian


SESTA TAPPA: SIVIGLIA

Siviglia è l’hotel troppo continentale, a pochi minuti dal centro; l’unico in cui mi hanno chiesto la carta di credito (ufficialmente per “perfezionare la procedura di prenotazione”, non ufficialmente – immagino – perché sono arrivato appiccicaticcio, sudato, e con t-shirt e pantaloncini in un luogo dove generalmente ci si veste in camicia e giacca). Siviglia è la stazione dei bomberos (i pompieri), che assomiglia tanto a quella dei film americani, tranne per l’insegna in azulejos bianche e blu come nella più classica tradizione araba. Siviglia è approdare alla secolare Plaza de Santa Cruz e scorgere i codici QR sulle indicazioni; è perdersi dentro la juderia, l’antico quartiere ebraico, per ritrovarsi con il muso all’insù davanti alla mastodontica cattedrale gotica, costruita sulle macerie di un’antica moschea. È arrampicarsi sui gradini della Torre del Oro, che risale al tredicesimo secolo, e pochi minuti dopo ritrovarsi a osservare l’intera città dal futuro, dall’alto de Las Setas: un’immensa struttura informe che sembra scaturita dal sottosuolo direttamente da un universo parallelo, e che incredibilmente incornicia gli edifici più antichi e si amalgama perfettamente con il resto del quartiere.

Siviglia, Andalusia - Palazzi
Siviglia, Andalusia – Palazzi

Sembra di camminare direttamente sul reticolo molecolare di una nuvola, o sulle foglie giganti della leggendaria pianta di fagioli magici. Quasi stento a credere che siano riusciti a proporre, progettare e costruire un’architettura come questa proprio nel cuore di una città millenaria, eppure Las Setas sono qui, esistono, puoi camminarci sopra; e un po’ lo penso, lo ammetto, che forse in Italia non sarebbe stato possibile, e che fino a quando per tradizione si intenderà un corpus fisso ed esaurito da conservare eternamente, sarà difficile riuscire ad avere, in pieno centro storico, un complesso sorprendente come questo.

Siviglia, Andalusia - Las Setas
Siviglia, Andalusia – Las Setas

Dopo una cena a base di Tapas da Catalina (ancora una volta dobbiamo ringraziare la nostra guida) ci gettiamo alla disperata ricerca de La Carboneria, un ex deposito dove si può assistere a spettacoli di flamenco, immersi in un’atmosfera vagamente cospiratrice. Ci perdiamo e ritroviamo almeno una decina di volte, e quando ormai non abbiamo più quasi nessuna speranza, il portone ci appare davanti in una luciferina epifania, proprio cinque minuti prima che inizi lo spettacolo di flamenco.

Siviglia, Andalusia - La Carboneria
Siviglia, Andalusia – La Carboneria

È un grande gioco, quello del flamenco, una grande magia; e lo stesso è per questo locale, che riesce ad ammantarsi di un’aura iniziatica, da pochi eletti, e che invece raccoglie turisti da ogni parte del mondo, che si accalcano qui ogni notte, godendo come noi dell’illusione di aver scoperto un tesoro nascosto alla massa. È la prima volta che rifletto sulla responsabilità che hanno gli autori delle guide e sul fatto che il nome di un locale stampato nella pagina giusta può cambiare le sorti – in meglio o in peggio – di molti luoghi al mondo. Chissà se i gestori della Carboneria amano o odiano la colonizzazione a cui sono stati sottoposti. Da una parte l’afflusso costante di pubblico, dall’altra il liquefarsi di un’identità. Difficile sapere come stanno davvero le cose.

La mattina seguente torniamo molto presto in città, mentre nella juderia le saracinesche vengono alzate e le sedie posizionate davanti alle vetrine, in un rito pop che ha il profumo aromatico dell’eternità. Visitiamo la cattedrale con la tomba – vera o presunta – di Cristoforo Colombo, ma non abbiamo il tempo di salire sulla Giralda, forse il minareto più strabiliante di tutta la Spagna. Una frase letta sulla guida mi suona ancora in testa, riguardo a questo edificio e al concetto di responsabilità. Pare sia stata pronunciata da uno degli architetti, nel 1402:«Stiamo per costruire una chiesa talmente vasta che le future generazioni ci considereranno pazzi».

Siviglia, Andalusia - Cattedrale
Siviglia, Andalusia – Cattedrale

5. QUELLA COSA INDEFINIBILE CHE SI CHIAMA FLAMENCO
Non è chiara l’origine del Flamenco: si mescolano radici del medioevo islamico ed elementi della comunità Rom, molto presente in Andalusia. Qui potete leggere un articolo molto interessante, dove viene proposta anche una disamina del concetto di duende.

SETTIMA TAPPA: CORDOBA

Sulla strada per Cordoba avvistiamo diversi rapaci e un gran numero di cicogne. Il nostro hotel è facile da raggiungere in macchina, ma non vicinissimo al centro. Camminiamo per circa un chilometro e mezzo lungo una brutta, puzzolente e trafficata strada della prima periferia, abbruttita da discount, anonimi condomini e garage non meglio identificati. Solo un edificio coloratissimo si distingue nettamente dagli altri: sembra un museo di arte contemporanea, invece è una struttura sanitaria.

Cordoba, Andalusia - Ponte Romano
Cordoba, Andalusia – Ponte Romano

Stanco dal viaggio in macchina e po’ stordito dal traffico, sono sconcertato e deluso rispetto alle mie aspettative. E poi accade il miracolo: la città vecchia appare come un miraggio nel deserto, laggiù, oltre il fiume Guadalquivir, alla fine del massiccio ponte romano che termina con l’imponente porta della città. C’è una luce perfetta mentre ci incamminiamo, con il profilo color sabbia disegnato dagli edifici, che comunica una quieta solenne, una pace meritata, raggiunta dopo travagli lunghi più di un millennio. È da qui che sono passati i romani, i mori, gli ebrei, i cristiani. È attraversando questo stesso ponte che il Tempo si è infilato sotto la porta e i Secoli si sono diffusi tra i vicoli e le piazze. È esattamente qui che, se l’ho avuto, ho avuto il mio duende: una percezione generalmente collegata al flamenco, la sensazione impalpabile di sentirsi ipnotizzati, posseduti dall’Andalusia e condotti verso una sorta di catarsi. Trattengo letteralmente il fiato mentre attraverso la porta, con la percezione quasi tattile di varcare realmente una soglia che mi condurrà in un altrove, in Europa certo, ma anche molto lontano da qui: una dimensione dove tutte le epoche, tutti i secoli, tutti i giorni e gli attimi convivono contemporaneamente in un eterno confondersi ed evolvere. Trovo meraviglioso che immediatamente dietro la porta, il primo edificio che ci accoglie sia una struttura contemporanea, tutta vetri e materiali di ultima generazione, ma perfettamente inserita nel contesto, con ritmi, colori e proporzioni studiati per completare idealmente il profilo cittadino. Accanto, nella piazza costruita in salita, edifici ammantati di rosso e giallo esibiscono con orgoglio la propria identità islamica.

Cordoba, Andalusia - Porta della Città
Cordoba, Andalusia – Porta della Città

È la città che mi è entrata più dentro, Cordoba. Mentre ti perdi tra i vicoli della juderia dove pochi turisti si avventurano, giocando a nascondino con archi e mura bianchissimi e trovandoti all’improvviso dentro a un patio traboccante di odori dolci e pungenti, non puoi restare indifferente. Non puoi non percepire Averroè e Maimonide che sono lì, a camminare insieme a te. Non puoi non sentire il fluire dei secoli, l’avvicendarsi delle culture. E quando finisci in una sinagoga quasi nascosta del 1300, resti con il naso all’insù per ore, a contemplare l’anima del luogo, comprendendi per istinto che il commento migliore è rimanere in perfetto silenzio.

Cordoba, Andalusia - Sinagoga
Cordoba, Andalusia – Sinagoga

Dopo un pranzo rapido al 101 tapas, visitiamo l’Alcazar de los Reyes Cristianos (entrata: 4,5 euro), la fortezza che fu palazzo dell’Inquisizione e che ora ostenta resti romani trovati dagli scavi del 1959. Sonnecchiamo pigramente nei suoi giardini, che tradizionalmente vengono considerati tra i più belli di tutta l’Andalusia (in realtà, pur belli, non reggono il confronto con quelli dell’Alhambra e per essere onesti non mi è sembrato che aggiungessero molto al fascino infinito di Cordoba e dei suoi patio ermetici, da guadagnarsi oltre le mura che li custodiscono come tesori nascosti). Al pomeriggio ci arrampichiamo su per il campanile della Mezquita, costruito su di un minareto, per osservare dall’alto tutta la città (Le visite durano mezz’ora e costano 2 euro), gironzoliamo sino a El Potro, un’antica taverna dove visse Cervantes (e che descrisse come un covo di briganti), diamo un’occhiata al museo dedicato a Julio Romero de Torres e alle sue donne, e infine ceniamo in un locale lì vicino, attardandoci volontariamente, per poter osservare la città anche sotto la luce della luna. È veramente difficile mettersi in testa di dover lasciare Cordoba. L’unico pensiero che mi consola, mentre mi giro indietro per l’ultima, inutile, insulsa foto notturna al ponte romano, è che l’indomani saremo di nuovo qui, per una visita mattutina alla Mezquita.

Cordoba, Andalusia - Vista dall'Alcazar
Cordoba, Andalusia – Vista dall’Alcazar

La Mezquita di Cordoba è una selva ipnotica e disorientante di archi bianchi e rossi a perdita d’occhio, che evocano le prospettive immaginarie di Escher e provocano capogiri ogni volta che si tenta di organizzarli nello spazio. È la terza moschea più grande del mondo, eppure è una chiesa cristiana. È la sorpresa di trovarsi all’improvviso, girando un angolo, dentro alla Capilla Mayor, uno spazio rinascimentale ed evidentemente cristiano, fatto edificare da Carlo V, che pare si sia in seguito pentito per aver violentato la natura islamica dell’edifico. È la luce che gioca con i decori dorati, i chiaroscuri che svelano e nascondono, è un continuo rimescolare Islam e Cristianesimo, con croci incastonate sotto ricami di pietra e icone sacre proprio dove dovrebbero essere considerate proibite. È un corpo solido, ma anche un aggregato immateriale di epoche, un complesso di simboli e segni che raccontano una storia iniziata nel 600 e, attraverso conversioni e riconversioni, arrivata sino ai giorni nostri. È, soprattutto, un grande laboratorio di culture, che forse potrebbe rappresentare un’occasione di dialogo ancor più di quanto già non sia (abbiamo letto che nel 2004 i musulmani spagnoli hanno richiesto di poter pregare all’interno, ma il Vaticano non ha concesso il permesso).

Cordoba, Andalusia - Mezquita
Cordoba, Andalusia – Mezquita

6. UN PICCOLO TRUCCO PER VISITARE LA MEZQUITA DI CORDOBA
Se stai cercando consigli, ecco una cosa che mi sento di dire: visita la Mezquita al mattino presto, non appena apre, per tre ragioni fondamentali:
1. Dalle 8.30 alle 9.30 la visita è gratuita.
2. Ci sono pochissimi turisti e riuscirai a trovare angoli in cui rimanere completamente solo.
3. A quell’ora la luce è incredibile e contribuisce, con le sue penombre e i suoi chiaroscuri, a rendere l’atmosfera ancora più affascinante.

Cordoba, Andalusia - Mezquita
Cordoba, Andalusia – Mezquita

OTTAVA TAPPA: GRANADA E DI NUOVO MALAGA

Ulivi, ulivi, ulivi e ancora ulivi. Ondate verdi e marroni che rivaleggiano con quelle del Mediterraneo. Così numerosi ne avevamo visti forse solo a Creta. Ulivi, ulivi, ulivi e plueblos blancos, che sbucano dai colli con un profilo sempre identico: la torre di un castello e il campanile di una chiesa che si contendono la sommità, rivaleggiando per la supremazia, e i cubi bianchi delle abitazioni distribuiti sulle pendici in ordine apparentemente casuale, come una manciata di zollette di zucchero cadute da una confezione, rovesciata inavvertitamente sul bancone di un bar.

E infine, dietro la linea curva di un collina, eccola: la Sierra Nevada, l’intruso sgorgato dalle zolle andaluse in epoche perdute nel tempo. La catena montuosa più alta di tutta la Spagna, con la cima sempre ricoperta di neve; l’unica stazione sciistica in tutta la penisola iberica. Te la aspetteresti al nord, magari, come accade in Italia per le Alpi. Oppure al confine con la Francia, nei Pirenei. E invece no, la montagna più impervia di tutta la Spagna ha scelto di stabilirsi qui, nell’estremo sud, in Andalusia, dove il sole prende a cazzotti la terra per l’intero anno.

Ci inerpichiamo dentro la città, affidandoci totalmente al navigatore per sciogliere un nodo intricato di vie e viuzze, che dovrebbero condurci fino al nostro hotel. Infine è un poliziotto che ci aiuta a scovarlo – semi-nascosto tra le abitazioni del centro – e a capire come parcheggiare l’auto senza che venga rimossa (è necessario richiedere un ticket proprio all’hotel in cui si risiede).

Usciamo dall’altra porta della reception, che dà sulla via delle tapas, e raggiungiamo il centro informazioni, dove un ragazzo incredibilmente disponibile (che per giunta parla in inglese, cosa rara qui in Andalusia) ci aiuta a capire cosa visitare dell’Albayzín e come ottenere i biglietti per l’Alhambra nonostante in internet siano esauriti (nessun segreto in particolare: arrivare là alle 7 e 30 del mattino e mettersi buoni buoni in fila, sperando di aggiudicarsi i biglietti messi a disposizione di chi non ha prenotato – circa 1/3 del totale). Ci indica anche un locale vegetariano (Hicuri) dove mangiamo benissimo, in un’atmosfera accogliente e un po’ diversa dai bar e ristoranti tipici che abbiamo frequentato sinora. Assaggio una variante più cremosa del gazpacho, il salmojero, e decido in quell’istante che dovrò imparare a prepararmelo non appena tornerò a casa. Prima di uscire chiedo chi siano gli artisti di strada che hanno dipinto le pareti e i proprietari mi indicano questo nome: El nino de las pinturas.

Per prima cosa ci dirigiamo verso il fiume, in direzione del Paseo de los Tristes (chiamato così perché una volta passavano di qui i cortei funebri) dove visitiamo gli antichi bagni arabi, per poi dondolarci lentamente fin su, dentro all’Albayzín, dove tra teterie marocchine e botteghe di spezie dai colori quasi abbaglianti, ci ritroviamo al Mirador (punto panoramico) da cui si possono guardare negli occhi l’Alhambra e la Sierra Nevada. Qui, in questa piazza, ci sono la chiesa di San Nicola e, quasi accanto, la moschea costruita in anni relativamente recenti. Trovo che i due edifici sacri, l’uno accanto all’altro, siano una fotografia perfetta di Granada, il cui logo che campeggia sulle fiancate dei trenini arrancanti e traboccanti di turisti utilizza per metà glifi arabi e per l’altra caratteri romani. Dopo una rapida visita alla moschea ci perdiamo nuovamente nell’Albayzín, dove compriamo un paio di varietà di tè da portare a casa e ci sediamo su una panchina a osservare la vita di una minuscola piazza: i turisti si mescolano a vagabondi, artisti di strada, locandieri e giornalai. Qui, dentro al cuore dell’Albayzín, Granada è pienamente la melagrana eletta a simbolo della città: un’architettura intricata di filamenti che custodisce frutti succosi, che devono essere guadagnati prima di poter essere assaporati e apprezzati anche nelle sfumature più aspre.

Granada, Andalusia - Alhambra e Sierra Nevada
Granada, Andalusia – Alhambra e Sierra Nevada

Infine, dopo un giretto ai giardini del Palazzo di Cordoba decidiamo di cenare sul Paseo de los Tristes. Per la prima volta, però, arriviamo troppo tardi persino per i ritmi spagnoli, proprio mentre molti bar e ristoranti stanno oramai chiudendo, e ci facciamo andar bene una trappola acchiappaturisti con le foto dei piatti appiccicate sulla locandina.

Granada, Andalusia - Bagni Arabi
Granada, Andalusia – Bagni Arabi

La mattina seguente ci svegliamo appena prima delle sette, ci incamminiamo di buon passo in una Granada quasi irriconoscibile, con tutte le serrande chiuse e quasi nessun essere umano in giro, per raggiungere l’Alhambra. Siamo forse trecento, quattrocento persone in coda davanti ai cancelli.

Levataccia a parte, è splendido visitare l’Alhambra ora, mentre gli addetti stanno ancora finendo gli ultimi lavori di pulizia e manutenzione prima di iniziare a pieno ritmo, con orde di persone che si accalcheranno in ogni anfratto facendo tutte la stesse fotografie. (Per avere un’idea della quantità di turisti, riporto quello che ci dicono: i 6600 biglietti a disposizione ogni giorno, da aprile fino a ottobre vanno sempre regolarmente esauriti).

Granada, Andalusia - Restauri all'Alhambra
Granada, Andalusia – Restauri all’Alhambra

L’Alhambra è forse la più straordinaria delle esperienze in Andalusia, una vera città nella città, che in più di mille anni è stata una fortezza, un luogo di scambi fiorenti, un palazzo reale, un harem, uno sconfinato giardino, e dove si sono succedute dinastie islamiche e dominazioni cristiane, fino alla sua riscoperta, dopo secoli di declino, da parte di Washintong Irving, a cui giustamente è dedicata una statua. Direi che sia stato perfetto conservarla per la fine del nostro viaggio. Strisciamo come in trance attraverso i ricami incisi sul marmo, gli arabeschi di luce, i colori inverosimili degli smalti e i profumi di agrumi dei giardini.

Andalusia, Alhambra, granada

Non ho ricordi di luoghi paragonabili a questo, solo la moschea-chiesa di Cordoba mi ha impressionato tanto, anche se in modo differente. Beviamo le luci e i profumi dell’Alhambra fino a stancarci, e quando oramai ci decidiamo a uscire l’orologio segna le tredici passate.

Granada, Andalusia - Alhambra
Granada, Andalusia – Alhambra

Caracolliamo al nostro hotel, mangiamo al volo uno spuntino nella via della tapas e, dopo esserci ripresi, siamo di nuovo a bighellonare in giro per la città: visitiamo i dintorni della cattedrale e l’antico mercato della seta arabo, ora una sorta di bazar del cianfrusagliato. Alla sera abbiamo la fortuna di imbatterci in un’orchestra che suona sui gradini della cattedrale, quasi una performance involontaria tra turisti stupiti e pubblico seduto gomito a gomito con i musicisti. È la sigla di chiusura ideale del nostro viaggio.

L’indomani partenza alle nove, direzione: Aeroporto di Malaga. Ma prima, sosta in un paesino senza nome, ai margini dell’autostrada, per una vera colazione spagnola insieme alle persone che stanno per recarsi al lavoro, con tostada (una semplice fetta di pane abbrustolito) e pomodoro in luogo di brioche e cappuccino.

Granada, Andalusia - Mercato arabo
Granada, Andalusia – Mercato arabo

7. SALMOJERO FAI DA TE
Qui si trova una ricetta semplicissima per il salmojero che ho provato subito al rientro dal viaggio, per alleggerire l’impatto con la realtà e consolarmi un po’ per la fine della nostra avventura. È venuto abbastanza decente, anche se – non avendo pane raffermo – ho usato i cracker. 

8. EVITARE I PESSIMI LOCALI
Non è bello parlare male di un locale, ma è giusto offrire consigli: un ottimo modo per scartare a priori pessimi locali è evitare quelli con le foto dei piatti applicate sulle locandine e nel menù, specialmente se tra di essi compare la paella, che ha davvero poco o nulla a che vedere con l’Andalusia. È come quando a Milano ti imbatti in un ristorante nei pressi di Piazza Duomo che propone spaghetti alla bolognese: va subito capito che qualcosa non va.

9. COME EVITARSI UN PO’ DI FILA PER L’ALHAMBRA
Consiglio: se hai una carta di credito può essere comodo fare la fila apposita che, almeno nella nostra esperienza, presentava molte persone in meno. L’inghippo sta che al costo del biglietto completo di 14 euro va aggiunta una commissione a tradimento di circa un euro e cinquanta.

UN ULTIMO PENSIERO, LASCIANDO L’ANDALUSIA

Mentre l’aereo piange lacrime di pioggia che rigano i finestrini perché, come me, non ha nessunissima voglia di rientrare da questo viaggio, penso che l’Andalusia esista anche e soprattutto per farci vivere un’idea diversa di tempo, per farci capire che non esistiamo dentro a una fotografia eternamente statica, né dentro a un semplice film con un inizio e una fine; piuttosto siamo immersi in un calderone in cui tutto si mescola e in cui ogni ingrediente influenza il sapore finale. Tanto per fare un esempio, dice la guida che sfoglio cercando di fissare nel corpo i ricordi del viaggio, l’Islam è sempre stato presente nella storia dell’Andalusia, ed è – paradossalmente – in buona parte grazie agli arabi che molta cultura greca e romana, passando proprio attraverso le strette porte di questa regione a una spanna dall’Africa, si è diffusa durante il medioevo in tutta Europa e non è andata perduta per sempre, influenzando moltissimo anche il nostro Rinascimento. È solo negli ultimi quattro secoli che l’Islam è stato cancellato dalla Spagna, e ora, attraverso le nuove migrazioni, sta semplicemente tornando dove è stato di casa per circa un millennio. Chissà quale storia contribuiremo a far scrivere insieme, sulle guide del futuro?

Granada, Andalusia - Alhambra
Granada, Andalusia – Alhambra

ITINERARIO COMPLETO

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5 pensieri su “Andalusia on the road.

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