Isole Lofoten, Norvegia

Norvegia. Da Bergen alle Lofoten, oltre il rosso dei rorbuer.

Molto estesa verticalmente, con una grande variazione di climi, paesaggi e culture, la Norvegia non si presta moltissimo a viaggi ibridi, dove assaggiare un po’ di tutto, a meno di non avere a disposizione un gran numero di giorni. Noi ne avevamo soltanto nove, così abbiamo tentato di concentrarci su Bergen, che ci sembrava più interessante di Oslo, e sui paesaggi straordinari delle isole Lofoten. Ma abbiamo comunque dovuto mettere in conto quattro voli interni, due traghetti, diverse ore di automobile e tre appartamenti, prenotati con l’aiuto di Airbnb. Quello che segue è il mio diario di bordo, arricchito di suggerimenti in forma di focus, per chi lo leggerà con l’intenzione di partire.

Isole Lofoten, Norvegia

GIORNO 1 – ARRIVO A BERGEN (O DELLA BIODIVERSITÀ CULTURALE)

Usciamo dall’aeroporto di Bergen già piuttosto malconci, dopo due ore di auto per raggiungere Milano e un volo sfibrante, con scalo ad Amsterdam annesso. Partiti alle 7 della mattina, abbiamo compiuto il primo passo sul suolo norvegese intorno alle 7 di sera. Troppo stanchi per capire se il flybussen fermi abbastanza vicino all’appartamento di Kristian, che abbiamo conosciuto su Airbnb, optiamo per un taxi, dal momento che siamo in quattro e potremo dividere le spese.

È il palazzo di Telenor ci indica l’autista, che parla un inglese almeno dieci volte più fluente del mio, mentre si divincola tra i quartieri periferici per arrampicarsi su nella prima collina, dove si trova la nostra sistemazione, per la verità decisamente più lontana dal centro cittadino rispetto a quanto ci era sembrato al momento di prenotare. Kristian ci mostra l’appartamento, ci lascia le chiavi e ci saluta. Sentiamoci per qualsiasi cosa, ci dice, dopo averci spiegato dove fare spesa, dove prendere il bus per il centro e come risparmiare sui biglietti. Grazie a lui scopriamo anche che in città, questa sera, ci sarà il concerto dei Metallica, adorati in Norvegia e in particolare a Bergen, una delle capitali europee del Metal. Fantastichiamo un poco sull’idea di imbucarci al concerto, anche se nessuno di noi ama particolarmente il genere. D’altra parte, davanti a una città che ci accoglie con un benvenuto come questo, sembra scortese declinare l’invito. Un po’ mi rammarico quando, ragionevolmente, si opta per fare almeno un minimo di spesa al minimarket qui accanto e tentare di mettere insieme una cena. Siamo tutti un po’ a pezzi e domani ci aspetta una lunga giornata in città.

L’appartamento è accogliente e anonimo allo stesso tempo, con stanze arredate Ikea che riproducono alla lettera le ambientazioni patinate dei cataloghi. Aprendo le porte delle camere da letto mi aspetto quasi di scorgere un numero di pagina, posizionato in basso a destra. C’è anche un gatto giallo e nero, che non sembra appartenere a Kristian, ma all’intero quartiere – del resto quale gatto appartiene davvero a qualcuno? Di quando in quando bussa alla nostra porta, ci addomestica con un po’ di fusa e non se ne va sino a quando non ottiene almeno qualche boccone. A quanto pare, i felini sono identici dalla Grecia, fino alla Norvegia.

Bergen, Norvegia. Appartamento cat inclusive.

Io e Giulia dormiamo nella stanza dei bambini, dove mi perdo a osservare i giocattoli sugli scaffali. In aereo, poche ore prima, stavo leggendo una rivista di cultura ambientale: il tema era la diminuzione di biodiversità nella fauna europea. Minacciati da specie asiatiche e americane molto più resistenti, che si diffondono rapidamente in tutto il pianeta, diversi animali autoctoni rischiano di scomparire da qui a pochi anni. In effetti, dai finestrini appannati del taxi, mi sono stupito di scorgere le stesse cornacchie grigie e gazze che hanno colonizzato anche le nostre periferie urbane, costringendo i passerotti a ripiegare sui monti. E ora, dopo aver comprato sushi confezionato (non ho resistito, giustificandomi con l’idea che il salmone qui sia certamente migliore rispetto all’Italia), verdure, tè e biscotti secchi in un minimarket non certo molto differente dai nostri, e aver passato in rassegna i puffi, i gormiti e i transofrmer accatastati sulla scrivania di quello che suppongo sia il figlio di Kristian, mi chiedo se non si possa estendere lo stesso concetto anche alla biodiversità culturale. Da una parte è piacevole trovare elementi comuni a latitudini così distanti – È l’Europa che giorno dopo giorno si sta amalgamando, ti viene da pensare – dall’altra è straniante notare che la mitologia contemporanea di un discendente dei vichinghi sia in sostanza la medesima di quella di un figlio del Mediterraneo. Dove una volta c’erano Thor e Giove che rivaleggiavano furibondi, con fragore di tuono, oggi ci sono gli stessi gruppi musicali, gli stessi arredi, le stesse superficiali fascinazioni per il cibo orientale, persino le stesse infanzie. Chissà se l’Europa riuscirà a essere altro da questo. Chissà se riusciremo a essere una comunità che salvaguardia e incoraggia anche le diversità? Sono gli ultimi pensieri consci, mentre mi addormento maledicendo l’app suggeritaci dal nostro host, che non mi permette di acquistare i biglietti per domattina come dovrebbe.

Focus 1. Mezzi pubblici e biglietti
I mezzi pubblici in Norvegia sono – come quasi tutto del resto – molto più cari che in Italia. Ma c’è qualche accorgimento che si può adottare per abbattere un poco i prezzi:
1. Fare i biglietti direttamente sul bus è possibile, ma molto disincentivato: una corsa acquistata in questo modo costa all’incirca 6 euro.
2. Una soluzione migliore è acquistarli alle macchinette posizionate, abbastanza numerose, direttamente a fianco di alcune fermate. In questo modo il prezzo scende a 35 corone, equivalenti a circa 4 euro. Ma dimenticate il contante: funzionano solo con bancomat e carte di credito. Una piccola informazione che potrà esservi utile: viene richiesto il pin anche se usate la credit card.
3. Per abbattere al massimo i costi si può fare una tessera alla stazione dei bus, accreditando almeno una certa cifra, che onestamente ho dimenticato. La tessera, che può anche essere ricaricata alla macchinette, rappresenta forse la scelta migliore. Il costo del biglietto scende a 29,10 corone: poco più di 3 euro. Quasi ragionevole, no?
4. Kristian ci aveva suggerito anche un’app gratuita e incredibilmente intuitiva, per fare i biglietti direttamente con il telefono, ma – come ho scoperto il giorno seguente al punto informazioni della stazione – sfortunatamente è valida solo se si dispone di un numero norvegese. 

GIORNO 2 – BERGEN, IL BRYGGEN, E I NATIVI AMERICANI IN NORVEGIA

Scendiamo in città rassegnandoci all’idea di acquistare il primo biglietto direttamente sul bus, facciamo la tessera alla stazione, che si trova in pieno centro, e siamo pronti per una mattinata di snorkeling urbano a Bergen. La prima cosa che noto, a dire il vero, è proprio la stazione: non saprei dire esattamente perché – forse sono accorgimenti architettonici, forse la posizione in cui è stata costruita o i servizi che le sono stati accorpati – ma il fatto è che la stazione di Bergen, a differenza di quanto accade in molte nostre città, è un vero luogo, a metà tra un direzionale, un mercato e un bel centro commerciale. Viene voglia di passarci ore, seduti su una panchina o sulla sedia di un caffè a osservare gli abitanti. Non comunica niente di quel vago disagio, di quello spaesamento a cui sono abituato in quasi ogni stazione italiana.

La nostra porta di ingresso al Bryggen, lo sghembo quartiere portuale saturo di colore – una vera rapsodia in Rgb tutelata dall’Unesco – è il mercato del pesce (Qui un breve ma interessantissimo articolo su questo microcosmo). L’impatto, a dire il vero, non è dei migliori: orde di italiani con cappellini e t-shirt firmati Costa Crociere ed evidentemente scaricati in massa come materia umana da un condominio galleggiante, si riversano disorientati e giulivi tra le bancarelle, convinti di vivere un’autentica esperienza norvegese e sollevati allo stesso tempo di trovare così tanti connazionali che li accolgono dietro i banchi, dove un semplice fish and chips costa l’equivalente di 20 – 25 euro. Antichissimo e unico, un vero monumento vivente all’anima di Bergen, oggi sembra che il mercato sia diventato – almeno in questa stagione – più che altro un circo a cielo aperto, una farsa ben congegnata per prendere all’amo turisti che si scattano selfie mentre acquistano carne di balena e salami d’alce e orso da un loro compaesano. A osservarlo per bene, questo mercato, ti viene da domandarti se i veri pesci, forse, non siano proprio i clienti.

Il mercato del pesce, Bergen, Norvegia

Al contrario, pur gremito di turisti e riprodotto in miliardi di cartoline, il Bryggen esercita un fascino più autentico, con le allampanate catapecchie delle antiche corporazioni spaventosamente inclinate, sbilenche, addossate le une alle altre come ubriachi barcollanti che tentano malamente di sorreggersi a vicenda. Gradini storti all’inverosimile, pareti puntellate per non cedere, vicoli pavimentati in legno con piccole piazzette che si dischiudono all’interno, protette dall’esercito sgangherato di abitazioni, ultime reduci monche, zoppe e un poco stordite, di quella che un tempo fu la potentissima Lega Anseatica. Verrebbe voglia di passare qui l’intera giornata, ma il viaggio già ci chiama.

Bryggen, Bergen, Norvegia

Proseguiamo oltre il Bryggen, divincolandoci tra turisti e locals – molti di loro con vistose occhiaie e magliette dei Metallica (notiamo in particolare una famiglia con papà, mamma e figlio adolescente, tutti e tre con t-shirt da concerto) – giusto in tempo per arrivare alla fortezza dove ha sede la marina, e ascoltare un altro tipo di sonorità: un vivace matinée jazz di mezzogiorno, con i fogli degli spartiti che schizzano dai supporti e svirgolano nel vento insieme alle note soffiate dai sassofoni. Verso le due, il caos del mercato del pesce sembra essersi un poco quietato, così improvvisiamo un pranzo cercando di non lasciarci ammaliare dalle pietanze più costose.

Concerto Jazz, Marina militare, Bergen, Norvegia

Trascorriamo il resto del pomeriggio a vagabondare per il versante opposto della città, spingendoci sino al parco Nordnes, dove alcuni ragazzi fanno festa mascherati da pellirossa, sotto a un vero e proprio totem dei nativi americani, che sfida imperturbabile il vento salmastro con i suoi molteplici visi. Stupefatto, cerco informazioni spiluccando sul web. Si tratta di un dono della città gemellata Seattle, che risale al 1970 e commemora i 900 anni della fondazione di Bergen: sospetto che c’entri un poco anche il fatto che i vichinghi giunsero sul suolo americano ben prima di Colombo, ma non trovo nessun documento a riguardo.

Il Totem di Bergen, donato da Seattle

Ben presto, tra le vie della città, scorgiamo diversi altri gruppi di ragazzi, mascherati da supereroi, da soldati, persino da meduse. Solo a cena, al Pingvinen, un piccolo e celebre locale poco distante dal centro, un cameriere tutto tatuaggi e inglese impeccabile fornisce una breve spiegazione. Si tratta di una tradizione delle matricole universitarie tipica di Bergen: i ragazzi si mascherano e trascorrono la giornata intera a ubriacarsi di pub in pub. For being stupid, ci risponde il cameriere, quando tentiamo di chiedergli perché.
Assaggio una pietanza di patate e pesce e un formaggio di capra a pasta morbida ma consistente, di un insolito color marrone. Si chiama Geitostdeve la sua colorazione agli zuccheri caramellati durante il processo produttivo.

pingvinen, bergen, norvegia

Un’ultima occhiata al Bryggen, con le prime luci accese mentre il buio si fa più denso, e rientriamo alla base. Due immagini mi sono rimaste nelle retine, anche dopo aver già chiuso gli occhi: il numero elevatissimo di auto elettriche (un’infinità di Nissan Leaf), e la disinvoltura con cui gli abitanti usufruiscono della propria città, improvvisando picnic e mini grigliate anche in fazzoletti di terra che in Italia considereremmo poco più che spartitraffico. Difficile che in un giorno qualsiasi delle settimana, a noi venga in mente di cenare al parco cittadino, mentre qui l’impressione è che gli abitanti si sentano più protagonisti della propria collettività e non esitino a usufruire di tutto quello che la città mette a disposizione. Da noi parco pubblico significa più o meno luogo che non appartiene a nessuno, qui al contrario sembra che anche una minuscola aiuola appartenga a ogni singolo abitante. È anche per questo che amo tanto la rubrica dedicata al Parco Sempione di Gianni Miraglia, ma questa è un’altra storia.

Notte sul Bryggen, Bergen, Norvegia

Focus 2. Non abboccare, al mercato del pesce.
Vivace, variopinto, brulicante. Più che un luogo dove fare spesa il mercato del pesce è oramai – soprattutto per i turisti – una piazzetta dove consumare pranzi e cene, dal momento che praticamente ogni banco ha ricavato uno spazio con tavolacci e sedie rimediate, dove sedersi gomito a gomito con altri avventori, immersi in una piacevole atmosfera da sagra paesana. Da anni è colonizzato da lavoratori italiani e spagnoli che mettono insieme fino a 4.000 euro al mese e no, anche se siete connazionali, non vi faranno nessun prezzo di favore. A proposito dei costi: toglietevi dalla testa l’idea che sia un buon posto dove fare acquisti. Al contrario, è incredibilmente caro, con cifre a volte al limite dell’inverosimile. Ho letto da qualche parte che verso sera, quando i banchi stanno per chiudere, alcuni sono disposti a offrire sconti fino al 50%, ma non ho avuto modo di verificarlo. 

GIORNO 3 – LA FLAMSBANA, AVVENURA SULL’OCCIDENT EXPRESS.

Si chiama Norwey in a nutshell: è un sistema modulabile di mezzi pubblici tra treni, traghetti e bus che permette, acquistando un biglietto unico, di partire per un’avventura giornaliera nel sud della Norvegia. Tra le esperienze più interessanti, oltre alla piccola crociera nel fiordo, c’è sicuramente la Flåmsbana, un antico tratto di ferrovia a bordo di un vecchio treno ristrutturato, che conserva intatta tutta la personalità e i cigolii del secolo scorso: arrampicandosi sempre più su, tra gallerie scavate a mano, innumerevoli cascate che si gettano da cime appuntite sin dentro al cuore delle gole, e orridi a strapiombo appena oltre i binari, permette di immergersi in queste terre come nessun altro mezzo.

Flamsbana, Bergen, Norvegia, Norway in a nutshell

La miglior qualità del Norwey in a nutshell è anche il suo peggior difetto: non è un vero e proprio tour organizzato, ma un insieme di mezzi pubblici di linea, che vengono presi anche singolarmente, sia da norvegesi che si dirigono al lavoro, sia da turisti e altri viaggiatori. Da una parte c’è il sapore della libertà, con quella scintilla di viaggio autentico almeno un poco conservata; dall’altra c’è una certa sensazione di precarietà: nessuno avrà ombrellini rossi, né farà appelli, nessuno si preoccuperà se non arriverete in tempo per la coincidenza con il mezzo successivo. La parola d’ordine è help yourself. Personalmente adoro questo tipo di esperienze, ma riconosco che possano risultare un tantino disorientati per chi immagina una minicrociera con posti prenotati e niente a cui pensare se non godersi il panorama e fare foto. Quindi? Norwey in a Nutshell sì o no? Per me è decisamente sì, ma potete decidere solo voi.

Norwey in a nutshell, Norvegia

Come una microscopica scheggia ostinata, ci conficchiamo dritti nel cuore del fiordo. È dopo litri e litri di cascate impetuose e fiumi che ci sfrecciano accanto, irradiandosi in un reticolo di vene e arterie e capillari che puliscono la terra e la nutrono di vita – il liceale Panta rei, mi riaffiora alla mente – che lo sguardo si posa su acque piatte e immobili, incastonate come una pietra blu tra ripide colline erbose. È quasi un peccato, mi sento pensare, senza quasi capire perché. E poi le parole prendono forma da sé, sulle pagine dei miei appunti:

I laghi sono ischemie nel sistema di circolazione terrestre. Momenti nel tempo e nello spazio dove l’energia ha smesso di scorrere. Per questo la calma che riceviamo nel contemplarli per qualche tempo si muta così rapidamente in inquietudine.

Crociera sui fiordi, Nprway in a nutshell

Focus 3. Norway in a nutshell e la convezione con Avis
Un piccolo suggerimento: noi abbiamo prenotato il viaggio dall’Italia, cosa che mi sento di consigliare. Il biglietto offre uno sconto niente male sul noleggio dell’auto con Avis. Lo abbiamo utilizzato e confermiamo il risparmio.

Focus 4. La perfetta organizzazione norvegese. Un mito norreno?
Forse un po’ sì. Il binario di arrivo del nostro treno, nel giro di mezz’ora è cambiato tre o quattro volte sui display della stazione, mentre il referente continuava a ripetere a chiunque chiedesse chiarimenti il numero di binario iniziale. La folla era piuttosto disorientata, e continuava a spostarsi di qui e di là. Infine, non appena il treno è arrivato, non essendoci posti prenotati, pendolari e turisti sono partiti di corsa, inciampando tra trolley, cani al guinzaglio e valige per accaparrarsi un posto accanto al finestrino. Io, complice anche la destinazione Myrdal, che suona un poco come le mitiche mete delle saghe fantasy, non riuscivo a non visualizzare questa calca come un’orda di orchi, con rostri di metallo che fuoriuscivano dalle ruote del bagaglio per scorticare i nemici e cani docili solo in apparenza, che si trasformavano nell’orribile lupo Fenrir per dilaniare le caviglie altrui. C’è da dire che, dopo tutto, questi contrattempi rendono i norvegesi più umani e forse anche un poco più simpatici.

Focus 5. Animali, questi sconosciuti.
Sembra un paradosso, ma è indubbiamente più facile individuare aironi nel disastrato e inquinatissimo Po, che un qualsiasi volatile in un idilliaco fiordo norvegese. Durante tutta la traversata del Norway in a nutshell, anche negli scenari più naturali e selvaggi, dove in Italia sarebbe stato scontato avvistare almeno qualche gheppio o magari una poiana, o forse un capriolo o almeno una lepre, non ho visto alcuna traccia di animali. Sulle acque del fiordo non ho notato altro che lontane pecore al pascolo sulle ripide pendici e qualche insulso gabbiano – ma nemmeno molti. Credo che il motivo sia questo, anche se non ho nessuna prova a riguardo: mentre in Italia, vista la densità di popolazione, gli animali sono pressoché costretti ad abitare fazzoletti di terra, adattandosi persino alle periferie industriali, qui hanno tutto lo spazio che desiderano e, potendo permetterselo, si tengono il più lontano possibile dalla nostra stirpe divoratrice.

Crociera sui fiordi, Norwey in a Nutshell, Norvegia

GIORNO 4 – LA CREMAGLIERA FLØIBANEN E L’ALTRA BERGEN

Sveglia a un orario decente, due coccole al gatto che bussa ancora una volta alla nostra porta, e via. Oggi prenderemo la cremagliera per arrampicarci sul monte e osservare la città dall’alto. Ma prima ci infiliamo in un quartiere poco distante dal Bryggen, un dedalo di vicoli e viuzze dove fioriscono botteghe di belle arti, negozietti di strumenti musicali, studi grafici e vetrine di tatuatori, e dove numerosi pezzi di street art giocano a nascondino tra le pareti colorate. È solo una rapida occhiata al volto più contemporaneo di questa città, alle espressioni più fertili di una Bergen brulicante e in continua evoluzione, che intende esistere fortemente anche oltre i luoghi eternamente congelati e impacchettati in confezione regalo per le esigenze del turismo. Del resto non può essere un caso se questa città ha ospitato Banksy.

Street art a Bergen, Norvegia

C’è il tempo anche per una visita al duomo, una cattedrale gotica che per la verità non si rivela molto significativa all’interno. Mi domando se questo burbero edificio sia felice oppure no di tutto il brulicare che vede fiorirgli attorno in questi anni, dopo interi secoli di sobrietà e vita integerrima. Proprio accanto alla facciata principale, un graffito luminoso scandisce un messaggio che immagino dovrebbe trovarlo d’accordo, ma che forse è stato applicato qui per canzonarlo e per esortarlo ad aprirsi al quartiere almeno un po’: There are a lot of good people around. Un volantino sulla soglia, mentre già stiamo ripartendo, ci informa che stasera alle 7 ci sarà un concerto per organo. Una risposta eloquente alle mie domande: «Che là fuori vadano al diavolo come meglio credono – borbotta il duomo con questo volantino – qui dentro le cose si fanno alla buona, vecchia maniera». Chissà, ci diciamo, forse sarebbe interessante partecipare.
bergen street art norvegia

La Fløibanen è la cremagliera che scala letteralmente il monte Fløien, dando l’impressione di viaggiare quasi in verticale in alcuni tratti. In pochi minuti raggiungiamo la meta e scendiamo al view point dove frotte di turisti si contendono preziosi centimetri di parapetto per immortalare la città dall’alto. Va ammesso che davanti alla vista di Bergen, con i tentacoli urbanizzati che si allungano sin dentro al fiordo e i serpenti d’acqua che si insinuano fino al centro città, formando un sistema disordinato e quasi indescrivibile di fiumi, laghi e canali, è difficile tenere a freno il dito che freme sul pulsante della macchinetta per scattare almeno un’insulsa fotografia, identica al milione di altre che vengono riprodotte ogni mese.

Floibanen sopra a Bergen, Norvegia

Il monte Fløien non è solo la vista spettacolare sulla città, ma anche un piacevole diversivo per gli abitanti, una sorta di parco montano a pochi minuti dal centro, un po’ come accade per esempio nella città di Edimburgo. Diversi sentieri e passeggiate si sviluppano da qui, su fino alla cima. La piacevole discesa a piedi dura una quarantina di minuti e riporta proprio alla stazione di partenza della cremagliera. Durante il percorso avvisto il primo rapace di questo viaggio, ma è così lontano e rapido da rendere impossibile l’identificazione. A dire il vero, grazie anche alla prospettiva sopraelevata, ho la conferma di una quasi totale assenza di avifauna sulla città, con solo una magra truppa di gabbiani, che si radunano per la maggior parte intorno al laghetto centrale e si mantengono incomprensibilmente lontani dal mercato del pesce. Sospetto che si sia ricorsi a pratiche di avvelenamento o simili. Ma in mancanza di riscontri, le mie supposizioni restano soltanto supposizioni.

Una Cocacola da quasi 8 euro in un locale vicino al molo, giusto per allungare il pomeriggio fino alle 7 e assistere al concerto per organo all’interno del duomo, immersi in una strana atmosfera dove i turisti in polo sudacchiate e scarpe da ginnastica si mescolano, cercando di darsi un tono, agli abitanti in rigorosi abiti da sera che in fondo, forse, li invidiano anche un po’.

Il Bryggen sul molo, Bergen, Norvegia

Ceniamo in uno dei pochissimi locali di Bergen dove un vegetariano può trovare qualcosa in più che un contorno di verdure saltate in padella: il Pygmalion è un curioso mix di spesse mura di pietra, atmosfera spagnoleggiante e ingredienti speziati di curcuma e cannella, che fanno l’occhiolino al Medioriente. La sintesi finale è un enigma che non può non ricordare l’Andalusia; del resto sono molti i norvegesi, di questi tempi, che si spingono fin laggiù per le vacanze, o comprano addirittura casa in città come Estepona, dove i prezzi sono circa 10 volte inferiori rispetto a quelli di un’abitazione a Oslo. In effetti, ci dice il proprietario dopo la cena, ha visitato diverse volte la Spagna e, anche se non è mai stato in Andalusia, ha sempre desiderato vederla e pensa di farlo presto.

Focus 6. Cenare a Bergen senza finire sul lastrico (O almeno provarci).
Cenare fuori a Bergen è molto, molto costoso. Aggiungete pure un altro molto. Dal momento in cui ti siedi e ordini anche un solo piatto e una Cocacola in una bettola, è estremamente improbabile che tu possa cavartela con meno di 30 euro. Inoltre i locali che propongono piatti vegetariani sono pochi, per non dire quasi del tutto assenti. Detto questo, in generale la qualità del cibo ci è sembrata ottima: pesce e verdure sono ovviamente quasi sempre protagonisti, con una predilezione per il merluzzo, l’halibut e il salmone. Il Pingvinen è un ottimo avamposto per assaggiare piatti tradizionali, giusto un poco reinterpretati per renderli interessanti anche ai palati contemporanei, mangiando bene senza svenarsi. Il Pygmalion ci è sembrata un’ottima alternativa, specie se dopo qualche giorno vi viene voglia di assaggiare qualcosa di un poco differente e magari vegetariano. Anche in questo caso i prezzi, rispetto alla media della città, sono abbordabili.

GIORNO 5 – DA BERGEN A BODØ, DA BODØ ALLE ISOLE LOFOTEN. MAI PRESI TANTI MEZZI IN IN DODICI ORE

1. TAXI
Sveglia alle 5, colazione rapida, e via sul taxi, che arriva in perfetto orario. Lo abbiamo prenotato ieri, dopo aver verificato che il Flybussen, l’unica navetta che porta da Bergen all’aeroporto, costa 100 corone – 90 se si fa il biglietto prima di salire. Circa 12 euro, a cui bisogna aggiungere il costo della corsa in bus per raggiungere la stazione di partenza. Dividendo le spese del taxi, la cifra risulta perfettamente compatibile, e il viaggio con armi e bagagli, decisamente meno scomodo. Oggi avremo bisogno di conservare quante più energie possibili per arrivare vivi a sera.

2. AEREO BERGEN – OSLO
L’aeroporto di Bergen è completamente automatizzato. I check-in si fanno, come oramai ovunque, alle macchinette. Ma anche il check-in dei bagagli ha lo stesso procedimento in modalità self-service e ci si deve occupare personalmente di imbarcare le valige. Un po’ imbranati, dato che si trattava della nostra prima volta, siamo comunque riusciti a cavarcela egregiamente.

Da Bergen a Oslo, Norvegia

3. AEREO OSLO – BODØ
Atterrati a Oslo, abbiamo solo una mezzoretta scarsa per la coincidenza con il volo successivo, che ci porterà a Bodø. Ho ricordi vaghi di entrambi i trasferimenti, in cui ho impiegato molte ore a dormire. Dal finestrino, però, quando sono riuscito a convincere le mie palpebre a collaborare, le viste sui fiordi erano spettacolari. Ah, ecco un altro ricordo nitido: sugli aerei c’era una rivista – Scandinavian traveler – che non ha niente a che vedere con le pubblicazioni raffazzonate che distribuiamo sui nostri treni e aerei. Impaginata benissimo, con una cura evidente per i font e la grafica, è riuscita a strapparmi dal sonno – e ne avevo tanto – almeno per un’ora abbondante, con un articolo meraviglioso sull’epopea dei Lego e uno spaccato su un’idea imprenditoriale semplicemente geniale, riguardo al brand di Our/Vodka, che – sotto un nome comune – viene distillata e prodotta in modo differente da città a città, per valorizzare le identità locali. Cosicché l’Our/Vodka milanese ha un sapore diverso rispetto a quella di Berlino, perché il tessuto sociale, culturale e territoriale varia di città in città. Ricordo chiaramente che mentre leggevo l’articolo, mi è tornata in mente la cameretta del bambino in cui dormivo, che sembrava così identica alla mia di trent’anni fa.

4. AUTOMOBILE
All’aeroporto di Bodø ci tocca fare i conti con il primo contrattempo vero: una delle nostre valige non è arrivata a destinazione. Niente di gravissimo – c’erano solo abiti – ma di certo una discreta scocciatura. Al servizio clienti ci dicono di non disperare, perché il bagaglio potrebbe arrivare con il prossimo volo. Facendo un paio di conti, verifichiamo che abbiamo il tempo di attendere il volo successivo prima di imbarcarci sul traghetto che ci porterà alle Lofoten. Così decidiamo di ritirare l’auto che abbiamo noleggiato dall’Italia, usufruendo dello sconto ottenuto con il biglietto per il Norway in a nutshell, e di dare un’occhiata alla cittadina.

È un luogo eternamente di passaggio, Bodø, dove transitano all’incirca due milioni di persone ogni anno. Porto, centro città e aeroporto formano un triangolo i cui vertici non sono mai a distanza superiore di una manciata di minuti in auto. Dal centro città, così come dal porto, è possibilissimo andare a prendere un aereo in bicicletta. Rasa al suolo nella seconda guerra mondiale e ricostruita in pochi anni con l’aiuto della Svezia, non si può dire che sia una cittadina particolarmente significativa. Sotto un cielo spazzato a intervalli regolari da aerei militari che si recano nelle vicine basi Nato, Bodø comunica qualcosa di velatamente inquieto, irrisolto, forse anche un poco disturbante, come se i fantasmi della guerra non avessero ancora abbandonato del tutto le vie della città; come se una minaccia fosse sempre sul punto di incombere.

Bodø, Norvegia

Rimediamo un pranzo veloce alla Coop (sì, incredibile ma vero, in Norvegia esiste una catena che ha nome e logo pressoché identici alla nostra, pur non avendo nulla a che vedere con Coop Italia) componendoci un’insalata al punto self service al costo più o meno ragionevole di 80 corone bibita inclusa, e ci catapultiamo in aeroporto. Per fortuna la valigia è arrivata. Mai disperare. Alle 5 e 40, con un ritardo di un’oretta sul programma, il nostro traghetto abbandona la terra ferma. Direzione: isole Lofoten.

5. TRAGHETTO
Il percorso sino a Moskenes dura circa tre ore, ma è incredibilmente affascinante. Durante la navigazione si incontrano coste frastagliate, isolette di pietra e monti appuntiti in lontananza. Scruto le acque con il binocolo e avvisto con certezza una nutrita colonia di cormorani ma, nonostante le speranze, nessun cetaceo né altri volatili, fatta eccezione per i soliti gabbiani. Quando il porto di Moskenes ci accoglie è oramai il tramonto, e le coste aguzze e taglienti delle Lofoten con i profili disegnati in contro sole, disseminate alla base di rosse palafitte di pescatori, tolgono davvero il fiato. Non vedo l’ora di sbarcare e guidare tra villaggi, fiordi e ponti a schiena d’asino.

Isole Lofoten, Norvegia

6. AUTOMOBILE
Guidare alle Lofoten è ancora più emozionante di quanto mi aspettassi. La meraviglia ci attende dietro ogni curva, sotto ogni ponte, lungo ogni centimetro di strada. Ci fermiamo spesso per fotografare baie rosse e gialle, villaggi profumati di stoccafisso e aspre pareti rocciose che si tuffano a picco dentro acque turchesi e blu.

Lofoten landscape, Norvegia

Mentre gli altri sono ancora intenti a cercare le prospettive migliori per infilare quante più manciate di paesaggio possibili dentro agli obiettivi delle loro macchine fotografiche, alzo lo sguardo verso le cime più alte. Sento che il mio viaggio personale inizia esattamente in questo istante. Da qui in poi convivrò con l’idea che ogni attimo potrebbe essere decisivo per avvistare l’angelo predatore di questa parte di universo: se non mi farò trovare pronto all’appuntamento, potrei non avere mai più una seconda occasione.

Lofoten, Norvegia

La casa di Pirjo e Ulv prenotata su Airbnb e situata proprio sul ciglio di una baia incantevole, si distingue da lontano come una pecora blu e bianca in un gregge rosso fuoco. I padroni di casa ci accolgono in un ambiente spartano e certamente un poco male in arnese, con letti traballanti e spazi più simili a un rifugio di montagna che a un appartamento. Sono al settimo cielo, non potevo chiedere di meglio. Già molte altre volte ho sperimentato che le sistemazioni come questa, che ci costringono a uscire dalla nostra confort zone, a metterci in gioco, ad aiutarci, a sperimentare il diverso, rappresentano i veri doni di un viaggio e spesso contribuiscono a metterci in uno stato d’animo più aperto alla possibilità, più percettivo, più disposto ad accorgersi del nuovo. Se avvisterò un’aquila, mi dico mentre già i pensieri si confondono con i sogni, sarà anche grazie a questa casetta.

A casa di Pirjo e Ulv, Hamnøi, Lofoten

GIORNO 6 – IL DONO DELL’AQUILA

Mi alzo dal divano – questa notte ho dormito qui, perché il letto a castello mezzo svitato, con diverse doghe fuoriuscite dalle sedi, non mi lasciava tranquillo – e cominciamo a preparare la colazione. Giulia s’illumina: dopo l’intero pomeriggio di ieri a cercare senza successo escursioni o luoghi segnalati per avvistare l’aquila di mare, sembra abbia trovato finalmente quello che fa per noi: pare che a Svolvaer, a due ore di auto da qui, partano gite in gommone nel fiordo, in cui è anche possibile scorgere aquile. Il sito precisa che non è la stagione più adatta e che gli avvistamenti sono garantiti solo da settembre in poi. Chiamo, tentando la fortuna: hanno posto per le due del pomeriggio e ci confermano, senza sbilanciarsi, che è possibile fare un avvistamento.

A casa di Pirjo e Ulv, Hamnøi, Lofoten

Luca e Silvia, gli altri due membri del viaggio, non sono interessati, così disegniamo un tragitto che ci permette di arrivare a destinazione toccando punti scelti da loro. La leggendaria E10, che da queste parti è più celebre della Route 66, si insinua tra coste, monti, villaggi e fiordi ed è semplicemente sbalorditiva. Nemmeno guidando tra le Highlands in Scozia ho vissuto esperienze simili.
Ramberg e  Flakstad, tra le altre, sono tappe così meravigliose da mettere quasi in imbarazzo: acque azzurre, verdi e blu intenso che lambiscono sabbie bianche e rosate, circondate da minacciose pareti di roccia affilata con tracce di neve, immerse in un silenzio che nella nostra porzione di universo non immaginavo potesse esistere.

Spiaggia di Flakstad, Lofoten, Norvegia

È qui che, forzandomi a distogliere lo sguardo dal mare, per dirigerlo verso la sommità delle montagne, avvisto chiaramente la mia prima aquila. È molto lontana, ma la silhouette non lascia spazio a dubbi. Ho il tempo di estrarre il binocolo e incollarmelo agli occhi: si distinguono con evidenza le penne bianche della coda, mentre volteggia in ampi cerchi senza mai battere le ali. Ho i peli dritti, che già iniziano a tramutarsi in piume. Se fossimo in Italia, lo considererei un avvistamento perfetto. Ma qui, in Norvegia, non è ancora abbastanza. Voglio immaginarlo come un segno, come una benedizione naturale: l’acqua e l’aria di queste terre si sono confrontate e sono giunte a un responso affermativo: ho accettato di dormire sul divano, senza dare alcun perso all’impossibilità di usare il letto, accogliendo la realtà con entusiasmo e senza lamentarmi per la schiena. Per questo mi è stato concesso il dono di trovarmi al cospetto di un’aquila di mare della coda bianca.

aquila di mare coda bianca norvegia lofoten

Arrivati a Svolvaer, i nostri percorsi si dividono. Luca e Silvia visiteranno in auto un paio di villaggi che desiderano scoprire, mentre io e Giulia persistiamo nella nostra scelta. Ed eccoci qui, con i nostri corpi persi dentro a mastodontiche tute termiche, a solcare le acque del Trollfjord con la speranza di un incontro ravvicinato. Il paesaggio è fantastico e, quasi senza accorgercene, stiamo già costruendo dentro di noi armature per la difesa da una possibile delusione: ci diciamo che, anche se non vedremo nemmeno l’ombra di un’aquila, schizzare veloci tra le acque, con il vento che ci maltratta la faccia, tra isolotti di roccia e pareti vertiginose, è già un’esperienza più che meravigliosa e non abbiamo nessun diritto di pretendere altro.

Trollfjord, Svolvaer, Norvegia

E infine, il dono si materializza. È silenziosa in un modo che la parola silenzio non riesce a racchiudere. Sembra manifestarsi, più che sopraggiungere. Sembra esserci e non esserci nello stesso istante, fatta di onde più che di materia. Appare, vibrante, rarefatta come un’epifania, piegando la realtà in una dimensione altra, dove tu esisti solo per esserle testimone. Gli artigli attraversano l’acqua come se fossero acqua essi stessi, non esiste impatto, non esistono resistenza, densità, non esistono suoni. Svanisce un attimo dopo e il mondo riprende il suo corso abituale. E tu resti lì, incredulo, come se avessi assistito all’emanazione di un angelo, e cerchi con lo sguardo altri umani, certi, tangibili, solidi, sperando di trovare una conferma nei loro occhi, che quello che hai vissuto si possa comunicare.

aquila di mare lofoten norvegia

Passo il resto della giornata come in trance, senza riuscire del tutto a riallinearmi con quello che ho vissuto. In silenzio, ringrazio l’aquila e ringrazio le Lofoten, e ringrazio l’acqua e l’aria e ringrazio anche Ulv e Pirjo e la loro abitazione un poco malconcia, che mi ha concesso la possibilità di superare una prova. Ringrazio anche Giulia, che ha scovato questa occasione e mi ha sostenuto nel perseguirla. Lentamente, mentre le sensazioni più intense e l’entusiasmo palpitante di fronte alla maraviglia iniziano ad affievolirsi, si fa più concreta in me un’intuizione che avevo sinora appena sfiorato: in Norvegia vedere un’aquila, che viene quasi voglia di scrivere acquila perché è fatta d’acqua almeno quanto d’aria, trascende l’idea del naturalista o del birdwatcher e assume un senso altro: l’aquila è l’essenza di queste terre, è la forma pura dell’anima di un’intera nazione, che celebra con statue di bronzo i propri animali e – come a Bodø – erige altari ai cormorani proprio accanto alla cattedrale della città, in modo che sia chiaro a tutti che nel sentire comune la Natura in questa parte di universo è dio almeno quanto quello custodito dentro a un abside. Ecco perché l’aquila appare, e non arriva. È fatta di anima, è l’anima, è dio che scende in acqua come il dio disceso in terra. Vederla è scrutare nell’essenza e nella storia di un Paese che ha scelto di lottare per proteggerla, quando rischiava di estinguersi per sempre. È afferrare l’incognita di un popolo che, infine, salva il proprio dio proprio quando comprende di essere sul punto di crocifiggerlo. È osservare, in un battito d’ali, un vincolo sacro tra persone e Natura, materializzato per esempio in più di trenta Parchi Nazionali e aree classificate letteralmente come monumenti naturali. È questa simbiosi profonda, antichissima, ancorata laggiù dentro agli spazi vuoti di ogni atomo di questa terra, che stai vedendo, quando hai il privilegio di assistere all’apparizione di un’aquila. E se ti tremano un poco le ginocchia, è perché una parte di te ha iniziato a intuirlo.

Una volta ricongiunti con Silvia e Luca, diamo un’occhiata al bar-museo del ghiaccio: una baracconata pop che forse avrei accolto con meno entusiasmo, se non mi fossi trovato in uno stato di estasi.

Magic Ice, il bar museo del ghiaccio

Dopodiché percorriamo una strada panoramica irradiata dalla luce giallo cadmio del sole del nord, fino alla cittadina di Nusfjord. È una sorta di villaggio-museo-albergo-diffuso. È meraviglia e dubbio insieme, Nusfjord. Difficile capire dove finisca la realtà e dove inizi la rappresentazione in favore dei turisti. Forse è meglio viverlo così com’è e non farsi troppe domande, godendo delle passerelle in legno palafittate con i rossi rorbuer dei pescatori, oggi affittati a prezzi stratosferici a turisti cinesi e giapponesi, che vogliono immergersi in quella che a loro appare come un’autentica esperienza norvegese. Abbiamo il tempo anche di entrare al museo dedicato all’epopea della pesca al merluzzo, intimamente legata alla storia e all’identità di questo villaggio. È ben allestito e molto coinvolgente. Termina con un video che esalta l’epica delle antiche battute di pesca, tra brume, ghiacci, mani callose e tagli senza denti in luogo di sorrisi. La nostra guida indica un prezzo sia per il museo, sia per la visione del video, ma noi – forse dato l’orario o la stagione turistica in declinare – troviamo tutto aperto e gratuito; cosa rara qui in Norvegia.

Nutsfjord, Lofoten, Norvegia

Ci godiamo Nusfjord ancora un poco, seduti sugli scogli a osservare il fiordo calmo e apparentemente immutabile che, ispirato dalla visita al museo, popolo nella mia immaginazione di una flotta intera di rattoppati gusci di noce, con le assi di legno che gemono al vento gelido, salpate alle 4 della mattina per un’eroica battuta di pesca.

Nutsfjord, Lofoten, Norvegia

Prima di rincasare ci fermiamo a cena al Krambua, un ristorante raccolto e accogliente indicatoci da Pirjio e Ulv. Reti da pesca, scaffalature ricavate da vecchie barche, tavolacce di legno e un forte profumo di pesce sembrano quanto di più norvegese si possa sperare di trovare qui sulle Lofoten. Così rimaniamo esterrefatti quando la proprietaria ci fa gli onori di casa in perfetto italiano. Si è stabilita qui qualche anno fa, ci racconta, si è sposata con uno svedese e insieme hanno dato vita a quest’attività: una selezione ristretta di piatti, ma estremamente curata nella qualità degli ingredienti. Anche se il dubbio di essere finiti in una trappola per italiani ci assale, ogni pregiudizio si dilegua davanti al profumo e al sapore delle portate. Assaggio uno squisito halibut (ippoglosso), con rape rosse, patate al forno e una salsa di formaggio fresco di capra e rafano, e mi concedo anche una birra Pils prodotta qui alla Lofoten. Anche Giulia è soddisfatta: riesce a farsi mettere insieme un buon piatto di verdure ben cucinate.

ristorante Hamnøi, Lofoten

Poco dopo mi accorgo di aver perso gli occhiali da sole e collego immediatamente questa perdita alla visione dell’aquila. Va bene, mi dico, è un patto più che equo. Va bene, dico all’aquila e all’aria, e all’acqua e alle Lofoten, la mia protezione per gli occhi, in cambio di una visione angelica. È un simbolo e un patto. Mi sta benissimo. Mi addormento sul divano, dentro al sacco a pelo (nessuno di noi si fida del letto a castello) e vengo svegliato di soprassalto da Ulv verso le 4 e mezza della mattina. Mi chiede di perdonarlo per la confusione e l’odore, ma è costretto a pitturare la porta di casa proprio ora, perché deve terminarla in fretta, prima di ripartire per Bergen. Pitturare la porta di casa alle quattro e mezza della mattina? Avrò capito male, mi dico, ma Ulv mi smentisce materializzando secchi, rulli e pennelli. Non mi resta che arrendermi alla realtà. Certo, nessun problema, rispondo, mentre mi trascino sul pavimento della camera da letto e chiudo la porta, non prima di aver dato un’occhiata alla baia, già lievemente rischiarata da un timido accenno di alba. Dev’essere un’altra prova da superare per qualcos’altro che dovrà capirmi domani, mi racconto quasi già sognando, e mi riaddormento felice.

Hamnøi, Lofoten, Norvegia

Focus 7. Perché è fondamentale andare alla ricerca dell’aquila in Norvegia
Aquila di mare è un termine generico. Può indicare l’iconica aquila calva americana, la meravigliosa aquila coda bianca nordeuropea e russa, la robusta e aggressiva aquila di Steller asiatica, così come altri rapaci africani e australiani. Quella norvegese, Haliaetus albicilla, oltre a essere una delle più belle e maestose al mondo, con un’apertura alare che supera nettamente quella della nostra aquila reale, è una specie minacciata, praticamente estinta in tutto il Mediterraneo (fino ai primi del Novecento era presente anche nelle coste italiane), che nel secolo scorso ha rischiato seriamente di scomparire per sempre dall’universo. In seguito a un impegnativo programma di salvaguardia, le colonie norvegesi hanno ricominciato a popolarsi, tanto che anche le aquile reintrodotte in Scozia provengono principalmente da qui. Anche l’istituzione di safari in barca alla scoperta di questo animale non è certo da condannare, al contrario: gli esemplari, sebbene certamente un poco più abituati alla presenza dell’uomo di quanto dovrebbero, vivono una vita perfettamente libera e selvaggia e vengono avvistati nel loro ambiente naturale, senza alcuna forzatura. Inoltre, grazie ai safari, la popolazione locale ha iniziato a comprendere che tutelare un’aquila può essere più vantaggioso che sterminarla. Non solo: educare migliaia di persone alla meraviglia, contribuisce a creare una generazione consapevole e non indifferente. Ecco, a riguardo, un bell’articolo di Fulco Pratesi, il fondatore di WWF Italia.

Focus 8. Lofoten Explorer
Ci sono sembrati seri e onesti. Garantiscono di poter osservare aquile solamente nei periodi in cui la certezza è vicina al 100%. Non molto reattivi sul sito, sono invece disposti a fornire diverse informazioni al telefono. Partono a orari prestabiliti e chiedono di essere lì almeno quaranta minuti prima di salpare. Se desiderate osservare un’aquila nel suo ambiente naturale e siete disposti a condividere questa esperienza con 6/8 persone a bordo di un gommone insieme a voi, vale certamente il prezzo che chiede.

GIORNO 7 – ALLA FINE DELLA STRADA: UN GIRETTO TRA REINE, LA SPIAGGIA DI BUNES E Å

Visitiamo il villaggio di Reine di prima mattina. In qualche guida è indicato come il più bello di tutte le Lofoten. Trasformato come moltissimi altri in una città-albergo-museo, offre scenari da cartolina, e sembra eternamente in posa per una fotografia.

Reine, Lofoten, Norvegia

Gli immancabili rorbuer sono quasi interamente affittati ai turisti, che immagino pronunciare aggettivi come caratteristico e tipico e pittoresco, mentre si scattano un selfie dopo l’altro. Dall’altra parte della baia, attira la mia attenzione un supermarket Coop, anch’esso costruito in legno, sul modello delle abitazioni locali.

Reine, Lofoten, Norvegia

Poco dopo, è un altro piccolo dettaglio ad assorbire la mia attenzione. A volte hai bisogno di guardare negli occhi un’aquila, altre volte basta un ottuso, placido sasso, per percepire lo spirito di un luogo. A volte la Norvegia cerca di aderire alla tua idea di Norvegia, truccandosi di vernice rossa e profumandosi di odorosi stoccafissi, artificiosamente dimenticati a essiccare al sole, in modo che la tua fotografia somigli il più possibile a quel catalogo che hai visto in agenzia. Altre volte la Norvegia è una palizzata sbilenca che regge una terrazza, con un sostegno più corto degli altri perché poggia direttamente su una pietra. Che se la pietra è lì da molti secoli prima che all’uomo venisse in mente di costruire una casa, l’uomo non ha alcun diritto di spostarla e, anzi, nemmeno lo sfiora il pensiero. È qui, dietro la facciata pittoresca dei rorbuer da cartolina, che ti sembra di aver iniziato a intuire che cosa sia davvero la Norvegia. È, forse, il dono per la seconda prova notturna che ho superato, questo macigno con una palizzata costruita intorno. È il modo che hanno l’aria, l’acqua e la terra di queste isole di dirmi che sì, forse sono sulla via giusta, forse è questo quello che dovevo vedere e capire, approdando qui. È questo vincolo senza tempo, che rappresenta l’essenza della Norvegia. È solido come una roccia millenaria, eppure è delicato come un’aquila che ha rischiato di estinguersi. Ecco perché ho visto il totem e ho visto l’aquila e ho visto questo sasso. Per non dimenticarmi di questo patto tra l’uomo e il suo dio Natura, per raccontarlo e per condividerlo.

Reine, Lofoten, Norvegia

Da Reine salpiamo verso la spiaggia di Bunes, raggiungibile solo con un’imbarcazione indicataci da Ulv e Pirjo. Qui, proprio quando non me l’aspettavo, dentro al fiordo, a poche decine di metri di distanza da noi, incombe un’aquila di mare a grande velocità, insidiata da un gabbiano sorprendentemente coraggioso, che tenta di sottrarle il pesce dagli artigli. Quasi un combattimento aereo in piena regola, se non fosse che l’aquila, per nulla preoccupata, si limita a battere le ali un paio di volte, seminando con noncuranza lo scocciatore come fosse solo una mosca petulante. Non ho tempo di scattare fotografie, né di estrarre il binocolo. Ma non ce n’è bisogno: l’aquila, così vicina da poterla osservare  a occhio nudo, vive per sempre dentro le mie retine, dove sta ancora volando. Lo interpreto come un messaggio di conferma: la Norvegia mi avrebbe concesso di vederla anche senza il safari. E così è stato.

Approdo alla spiaggia di Bunes, Norvegia

Approdiamo al molo di Vinstad, dove ci danno il benvenuto le cassette per la posta di tutto il villaggio, fissate al parapetto per agevolare il lavoro dei postini. Da qui in poi si prosegue a piedi, seguendo un sentiero che scavalca una collina e in una mezzoretta ti teletrasporta in un altro piano di esistenza: una sconfinata spiaggia di sabbia bianca, affacciata all’Oceano e spazzata da un vento che cancella in pochi istanti ogni impronta lasciata dall’uomo, restituendola a un’eterna verginità.
La spiaggia di Bunes, Lofoten, Norvegia

È forse una delle più incredibili spiagge d’Europa. Senza dubbio, una delle visioni più strabilianti delle Lofoten. Alcuni azzardano un rapidissimo bagno. Noi – privi di asciugamani e costume – ci contentiamo di immergere i piedi fino al ginocchio nelle onde di ghiaccio liquido, per poi affondare le unghie nella sabbia finissima e goduriosa.

Spiaggia di Bunes, Lofoten, Norvegia

Poco dopo, completamente soli, sulle rocce di un monte, assistiamo a una scena che ancora non riesco del tutto a spiegarmi, e che una parte di me preferisce ricordare come un sogno, piuttosto che come un’esperienza reale. Lontanissimi all’orizzonte, sono apparsi due aerei appaiati, mentre eseguivano una virata spettacolare, perfettamente sincronizzata. Inforco il binocolo e afferro al volo due cose. La prima: si tratta senza dubbio di velivoli militari; la seconda: stanno sopraggiungendo nella nostra direzione. Poche manciate di secondi dopo sono sopra di noi e ci sorvolano a una quota incredibilmente bassa – quasi che dovessero farci fuori a mitragliate – per poi effettuare una nuova virata che in un film d’azione avrei giudicato troppo esasperata per risultare credibile, e svanire come vapore dietro una collina. Una scena sublime e indecifrabile, che ci lascia increduli. È come se avessimo visto due presagi oscuri, due nere minacce concretizzatesi in forma solida per pochi istanti e poi nuovamente dissolte, tornate alla propria essenza astratta e immateriale come idee platoniche. Li abbiamo visti davvero? Difficile dirlo, anche se una foto sembra confermarlo.

Arei militari sulla spiaggia di Bunes

Al pomeriggio visitiamo Å (clicca qui per la pronuncia), il cui nome racchiude un significato speciale: ultimo paese raggiungibile in auto dalla E10, è stato battezzato con l’ultima lettera dell’alfabeto norvegese. Il villaggio replica il modello di Reine e soprattutto di Nusfjord: è un ennesimo paese museo, certamente meraviglioso, ma conservato principalmente a uso e consumo dei turisti, che si aspettano di trovare esattamente questa Norvegia, quando visitano la Norvegia.

Å i Lofoten, Norvegia

Abbiamo però la fortuna di assistere, dapprima sbirciando timidamente e poi sempre più da vicino, alla pulizia di un grosso merluzzo da parte di un pescatore, che ci canzona un po’ per la nostra curiosità, ma che in fondo è divertito dalla nostra compagnia.

Lavorazione del merluzzo, Å i Lofoten, Norvegia

Ci ritagliamo anche il tempo di salire sulla collina poco distante e di sederci sulle rocce ad ammirare il fiordo in cui si forma il Maelstrom, il gorgo mitologico esaltato da Edgar Allan Poe e Jules Verne, a cui pare sia legata anche la leggenda del terrificante Kraken divoratore di uomini. Così, lo citò Pessoa:

La mia anima è un Maelstrom nero, una vasta vertigine intorno al vuoto, un movimento di un oceano senza confini intorno ad un buco del nulla”.

Malestrom, Å i Lofoten, Norvegia

Cena all’Underhauset, un interessante locale contemporaneo che reinterpreta senza rinnegare le tradizioni di queste isole. Non ho dubbi, mi tuffo sul pescato del giorno: un ottimo merluzzo saporito e compatto, che non ha nulla a che vedere con l’inconsistenza molliccia firmata Findus, dei miei ricordi di bambino. Prima di dormire abbiamo il tempo di un’ultima chiacchierata con Ulv e – chissà perché – finiamo a parlare del costo della vita e del sistema sanitario. Ulv ci descrive la Norvegia come un Paese ricco, che ha però qualche lato oscuro: il costo della vita è spaventosamente alto anche per i norvegesi, che in media riescono difficilmente ad acquistare un’abitazione. Anche l’auto è soggetta a una forte tassazione: a questo è dovuto il boom dei motori elettrici, meno tassati rispetto a quelli a benzina. Ma la bolla, ci spiega, si sta già sgonfiando, perché i prezzi sono stati in fretta equiparati alle motorizzazioni tradizionali.

GIORNO 8 – MEZZI, MEZZI E ANCORA MEZZI. (CON VISITA AL SALTSTRAUMEN E RIENTRO A BERGEN)

È tutto uno straziante, inesorabile, snervante trascinarsi su traghetti, aerei e taxi, intontiti per la sveglia alle quattro e sconsolati per il rientro, l’ottavo giorno del nostro viaggio. A Bodø, in attesa dell’aereo, abbiamo il tempo di salire su un vertiginoso ponte a schiena d’asino e osservare il Saltraumen: un fenomeno simile, ma più facile da osservare, del Maelstrom: due fiordi riversano le acque l’uno nell’altro a intervalli regolari, dando vita a un caos gorgogliante di mulinelli fragorosi che, ci assicurano, è il più grande al mondo.

Saltstraumen, Norvegia

Facciamo poi una capatina sul monte ai margini della città, che si raggiunge in dieci minuti d’auto. Da qui partono belle passeggiate panoramiche, che ci permettono di congedarci un’ultima volta dalle Lofoten, stagliate chiaramente all’orizzonte.

Bodø, Norvegia

Infine salutiamo Bodø e la sua inquieta atmosfera, senza troppo rammarico, e siamo pronti ai due voli che ci condurranno di nuovo a Bergen, passando per Oslo. Sono oramai le 11 di sera. Tom ci accoglie nel suo appartamento Ikea con molta cordialità, così ci sforziamo di fare almeno un po’ di conversazione nonostante la stanchezza accumulata per il viaggio di rientro. L’indomani sarà il nostro ultimo giorno in Norvegia.

Un appartamento a Bergen, Norvegia


Focus
9. In Norvegia con Airbnb
Era la prima volta che organizzavamo un intero viaggio in piena autonomia, con l’aiuto di Airbnb. La Norvegia rappresenta forse una delle nazioni ideali per questo tipo di esperienze: da una parte Airbnb permette di abbattere notevolmente i costi, che diversamente sono proibitivi per le tasche di un italiano; dall’altra offre la possibilità di incontrare i locals, lontani dalle torri d’avorio avulse dalla realtà degli hotel. Airbnb incoraggia il dialogo, il confronto, ti permette di osservare la realtà di un Paese, vivendola finalmente dall’interno di quelle finestre che tante volte hai osservato, fantasticando sulla vita quotidiana oltre quei vetri e quelle tende.
Tom stesso, il nostro ultimo host, è un viaggiatore seriale (tra le altre mete, è stato più volte in Italia) e, quando non può viaggiare, ospita volentieri persone straniere, perché – sostiene – è un po’ come se il mondo venisse a fargli visita. Presto farà tappa in Toscana, perché spera di trovare un’Italia autentica e qualche borgo che conservi un po’ della nostra storia medioevale. Così mi sono sentito di suggerirgli di fare almeno una capatina anche nella regione confinante, forse meno nota all’estero, ma che offre moltissimo da questo punto di vista: l’Umbria magnifica di Assisi, Gubbio, Perugia, Todi, Bevagna, Spello e Spoleto. Se lo farà, mi sentirò un poco utile e un pizzico orgoglioso.
Ma non è solo questo: tutti gli host che ci hanno ospitato, ci hanno esterrefatto per quel senso di apertura, disinvoltura, serenità d’animo quasi sbalorditivi. Una persona che ti lascia le chiavi di casa, dicendoti che se al rientro non ci sarà puoi tranquillamente lasciarle sotto lo zerbino, ti aiuta a ritrovare un po’ di fiducia nell’umanità, almeno quanto lei ne sta riservando verso di te.

GIORNO 9 – IL MUSEO KODE, COMPLICE LA PIOGGIA

Ci svegliamo con il gatto di Tom che gironzola per casa in cerca di coccole e una fastidiosa pioggia norvegese oltre le ampie vetrate delle finestre. Perfetto, mi dico: ho la scusa ideale per visitare il Kode, il museo di arte contemporanea di Bergen, noto soprattuto per la collezione di opere di Munch. Il piano funziona, tutti convengono sul fatto che il museo sia la scelta ideale in queste ore di pioggia, e io ringrazio segretamente le nuvole per avermi fatto da spalla. Nonostante il poco tempo a disposizione, riusciamo a dare un’occhiata forse un poco frettolosa a due dei quattro edifici che compongono il Kode: il padiglione riservato a Munch e ai neorealisti norvegesi; e quello dedicato alle avanguardie internazionali, con opere di Picasso, Klee, Braque e molti altri. Quando è ora di uscire, anche la pioggia è ormai cessata.

Kode Museum, Bergen, Norvegia

Pranzo rapidissimo e via verso l’aeroporto. Nell’ultimo tratto Amsterdam – Milano, sfoglio la pessima rivista Ulisse, con una selezione di contenuti inconsistente e un’impaginazione inqualificabile. Cerco di pensare che forse noi siamo bravi a fare altro, e annego il mucchio informe di lettere e fotografie nel Malestrom della tasca applica al seggiolino. Addio, Norvegia, e grazie per tutto il pesce.

Aquila di mare coda bianca, Lofoten, Norvegia

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