Expo Milano - Padiglione Messico

Una giornata all’Expo. Commenti, consigli, risposte a domande non richieste e cose così.

Il giorno prima abbiamo meditato più volte sul da farsi, e per poco non abbiamo scelto di rimanere a casa: le previsioni di tutti i siti meteo – anche le più ottimistiche – concordavano sul fatto che l’indomani il diluvio universale si sarebbe riversato su Milano. Come se un dio pigro, burlone e molto furbo avesse colto al volo l’occasione di spazzar via un sacco di gente da ogni angolo del pianeta, riducendo la fatica al minimo ed evitandosi la scocciatura di dover ricoprire di nubi l’intero globo.

1. Si può visitare l’Expo anche se piove?
La verità è che ha piovuto un sacco, ma solo tra le 9 e mezzogiorno; e che – in ogni caso – la copertura del decumano, la via principale ai lati della quale si succedono i padiglioni, permette di visitare ugualmente l’Expo, offrendo un riparo abbastanza decente (anche se dagli interstizi tra le tensostrutture la pioggia si infila e gronda sulla folla con effetto doccia). Purtroppo però le file di molti padiglioni non sono state progettate pensando a un vero riparo, cosicché capita di doversene stare buoni buoni per 40 minuti sotto una pioggia scrosciante, che martella l’ombrello e cerca in tutti i modi di strisciarti giù per il collo.

Expo Milano Angola

2. Treno o auto? E se scelgo la macchina, dove parcheggio?
Noi abbiamo scelto l’auto, per essere più autonomi sugli orari. Scelta azzeccata per diverse ragioni, più avanti spiego perché. Per il parcheggio, abbiamo risolto prenotando qui: è a circa 300 metri dall’entrata est. Diversamente potete cercare altri parcheggi sul sito ufficiale.

3. Quanti padiglioni si riescono a vedere in un solo giorno? E quali scegliere?
Noi, impegnandoci un po’, ne abbiamo visitati circa una ventina, tra minuscoli e mastodontici. Abbiamo evitato Italia e Giappone, perché c’erano più di quattro ore di fila per ciascuno, e abbiamo costruito un percorso misto, tra padiglioni noti e alternative meno battute, aiutandoci con informazioni reperite sul web.

4. In generale, che cosa vedrò all’Expo?
Schermi, schermi ovunque. Schermi interattivi che si accendono quando passi, schermi touch, schermi che attivano effetti sonori, schermi che raccontano storie, che forniscono informazioni e che spiegano concetti. Troppi, davvero troppi schermi. È un poco alienante, lo dico sul serio: scarsissima attenzione ai profumi, ai sapori, alle esperienze tattili, quasi nulla da prendere in mano, da accarezzare, da odorare. Eppure dovrebbe essere una manifestazione sul cibo. Che il mondo sia diventato solo un gigantesco schermo? Forse sì: il padiglione del Cile, per esempio, rinuncia totalmente a esistere, proponendo ambienti-non ambienti che vivono solo in funzione dei video che appaiono sugli screen a parete. I contenuti sono mediamente interessanti, ma anche un po’ kitsch. E soprattutto incredibilmente asettici. La domanda è: perché devo fare tanti chilometri, stare in coda 40 minuti, ed entrare in un luogo-che-non-c’è per fissare un video su uno schermo che potrei vedermi ovunque sul mio telefono?
Tutta la gioia, la vitalità, la poesia di carne e sangue del Cile e della sua cultura alimentare sono relegate al piano terra, tra il ristorante e il market, in un ambiente che ricorda al massimo una bella enoteca. L’idea – apparentemente assurda e certamente fuori stile e contesto rispetto al linguaggio del padiglione – del campionato di calcio tennis giocato proprio davanti all’ingresso, paradossalmente diventa forse l’unica testimonianza vitale del Paese. Se ho un ricordo del padiglione del Cile, è legato più ai ragazzi che si divertono giocando a calcio tra i curiosi, che ai pomodori volanti che creano costellazioni nello spazio dentro al buco nero di una sala.

Expo Milano Cile

5. Che cosa c’è dentro ai padiglioni?
Allestimenti narrativi. Racconti in forma solida. Quasi tutti i Paesi hanno interpretato Expo come un’occasione per raccontarsi al pubblico, in alcuni casi cercando esplicitamente di trasmettere una certa immagine di sé, magari in controtendenza rispetto al sentire popolare. In questa grande macro area di esposizioni-storytelling quello dell’Angola è forse il progetto più sorprendente: evitando i box anonimi che assomigliano ai bazar o alle botteghe etniche delle nostre città e che rappresentano la scelta di quasi tutti gli altri Paesi africani (e di molti stati sudamericani) l’Angola ha sviluppato un racconto di sé strutturato e forse un tantino megalomane, distribuito su quattro piani, tra elementi tangibili di vita quotidiana, come le zappe tradizionali, i moderni carrelli per la spesa (molto meno ingenua di quello che potrebbe sembrare, l’idea di metterli in mostra) e gli immancabili schermi interattivi, con precisi riferimenti all’emancipazione femminile, su cui evidentemente lo stato punta molto per comunicare una certa idea di sé.

Expo Milano Angola

Anche la Russia ha costruito un racconto riuscito, basato – come quello angolano – su schermi e istallazioni che intendono stupire lo spettatore. Il tema, in questo caso, è il valore della ricerca scientifica in campo alimentare. Forse meno russo di quanto ci si aspetterebbe, ma in grado di emergere rispetto alla massa, con le grandi pareti completamente allestite con le tavole di catalogazione delle piante.

Expo Milano Russia

Nello stesso filone dei padiglioni prettamente narrativi e più o meno pretenziosamente incentrati sul wow-factor non si può non citare il Messico. Di certo merita di essere visitato, perché è pieno di soluzioni interessanti e soprendenti, come il cenote reinterpretato con una cascata di perle. Eppure va ammesso che, una volta usciti, viene da chiedersi se in tutta questa cornucopia eruttante di meraviglie, non si sia un po’ persa l’anima del Paese. Che cosa ho imparato di nuovo sul Messico, dopo aver visitato il padiglione? Direi niente. Qual è l’idea di Messico, che il Messico voleva dare di sé? Forse che è un Paese più all’avanguardia di quanto si potrebbe immaginare. Ma quando lo dicono tutti, dall’Angola all’Iran, di essere più all’avanguardia di quanto crederesti, un po’ smetti di crederci, un po’, anche se ci credi, ti dici: Embè? Siamo tutti all’avanguardia. E quindi? Chi siamo, adesso?

Expo Milano Messico

6. Quindi ci sono solo schermi e allestimenti che puntano al fattore wow?
No, per fortuna. Se dopo un po’ di padiglioni visitati, essere stupiti non vi stupisce più, fate un giro tra le esposizioni differenti, meno narrative e magari più concettuali; oppure quelle che evitano esplicitamente la tecnologia. O quelle orgogliosamente sobrie e un filo meno pacchiane. Ecco gli esempi che mi hanno colpito di più, in quest’area che possiamo chiamare, in antitesi alla precedente, Padiglioni idea-oriented.

Expo Milano Svizzera

La Svizzera ha scelto di evitare drasticamente qualsiasi racconto di sé, creando un vero concept-space che intende far riflettere sulle risorse limitate del pianeta. È certamente l’allestimento più scarno e meno spettacolare, ma paradossalmente uno dei più memorabili, con addirittura una parete intera occupata solo da una parola appuntata su un foglietto – troppo? – che, oltre che come un monito sullo spreco del cibo, si può leggere come un commento nemmeno troppo velato all’innegabile tendenza a strafare che trapela da molti padiglioni, forse non del tutto in linea con il tema della nutrizione nel mondo, che dovrebbe essere il punto centrale della manifestazione. Per onestà, aggiungo che la Svizzera non rinuncia del tutto all’appeal e al coinvolgimento, con il progetto dedicato alle acque del San Gottardo, davvero molto interessante.

Expo Milano San Gottardo

L’Estonia, che da anni ha intrapreso un percorso di branding per entrare nell’orbita dei Paesi Scandinavi e lasciarsi alle spalle un certo tipo di immagine, ha ragionato in questo senso anche nel progettare il padiglione: piccolo ma intelligente, ben strutturato, con un ottimo equilibro tra elementi tecnologici e suggestioni dal folklore popolare, come le altalene magiche, che producono corrente elettrica. Se vi ci trovaste per caso e vi dicessero che siete nello stand della Svezia, è molto probabile che ci credereste: legno ovunque, una certa sobrietà studiata e quella misteriosa nonchalance tutta nordica nel passare dal lirismo degli elementi naturali alle innovazioni tecnologiche, senza apparenti contrasti. E poi, se un qualche dio scandinavo o baltico vuole, finalmente un po’ di alberi veri, in una manifestazione che parla di cibo. Evviva.

Expo Milano Estonia

Quello del Brasile è in un certo senso il padiglione più onesto, tra quelli che abbiamo visitato: qui, in quest’area protetta, tutti possiamo ammettere (magari dicendocelo sottovoce) che l’Expo è soprattutto un grande baraccone pop dove intrattenerci per qualche ora. E quindi, sembrano dire i progettisti brasiliani, divertiamoci come si deve e smettiamola una buona volta con tutti questi video autocelebrativi e tutto questo finto prendersi sul serio. È una grande rete sospesa, l’idea del Brasile: concettualmente dovrebbe ricordare l’intreccio di culture ed etnie e citare anche la Foresta Amazzonica – questo almeno ripetono le hostess, con un’espressione mortificata, come a domandare se noi europei abbiamo davvero tutto questo bisogno di inutili razionalizzazioni appiccicate a posteriori, per goderci un’idea – ma nella realtà è un fantastico gioco liberatorio, su cui arrampicarsi, ridere e oscillare felici come bambini.

Expo Milano Brasile

Sì, è vero. Dal piano terra, se si guarda verso l’alto, non è difficile scorgere il panorama sotto le gonne delle hostess. Nessuno mi toglie dalla testa che la cosa sia voluta. Perché dovrebbero portare la gonna, se no?

(L’interno dello stand sembra il frutto di una qualche riunione dell’ultimo minuto, con un dirigente in giacca, cravatta e sguardo teso, che richiama all’ordine i creativi, costringendoli a recuperare almeno un poco di serietà. Inutile e insignificante, secondo il mio modestissimo parere. Per tutto il tempo pensi solo: voglio tornare sulla rete, voglio tornare sulla rete, voglio tornate sulla rete. Ok, va bene anche sotto la rete.)

Expo Milano Brasile

Anche il Belgio, come  l’Estonia, ha preferito i concetti agli effetti speciali: poco spazio al racconto e focalizzazione quasi totale su una sola cosa da dire: i risultati più evoluti, raggiunti nel campo delle colture alimentari. Forse più strano che bello a livello espositivo (ricorda un po’ le atmosfere dei freak show), ma almeno qui l’argomento centrale è il cibo, con progressi scientifici veri, che potrebbero presto rivelarsi utili per il pianeta. A proposito: sapevate che dai fondi di caffè possono nascere i funghi? E che le piante si possono coltivare anche senza terra, allevando pesci?

Expo Milano Belgio

Ultimo per quest’area, il Nepal: nessuno schermo, nessuna narrazione, nessun effetto speciale. Un buon tentativo, forse l’unico tra quelli che ho visto, di creare davvero un’atmosfera, di distillare in pochi elementi essenziali l’anima di un luogo, attraverso prospettive e percorsi. Il padiglione del Nepal è il lento incedere verso il tempio, quasi che fosse stato progettato come se la fila fosse un elemento determinante e non incidentale. Lo devo ammettere: l’effetto Gardaland è dietro l’angolo, ma credo che i progettisti siano riusciti a scongiurarlo, soprattuto grazie all’attenzione ai particolari e alla cura per il colpo d’occhio globale. Per me merita senza dubbio di essere visitato.

Expo Milano Nepal

7. Ci sono padiglioni davvero deludenti? 
Gli Stati Uniti lo sono un poco, sì, con quell’allestimento troppo bianco, troppo artificiosamente minimale, troppo politically correct, troppo incentrato sull’attenzione per l’organic, la salute, l’impatto ambientale. Semplicemente non ci credi. È un abito sfiancato che proprio non ci sta, sul corpaccione XXL degli statunitensi. Tra l’altro, davanti a tutta questa mortificazione in total white, viene voglia di schierarsi dalla parte del mondo colorato, ricco, saturo e gaudente degli obesi, delle porzioni oversize e dello street food fritto nel grasso dei maiali giganti dell’Alabama. Oltrepassando l’esposizione, c’è poi un’area dedicata a un immancabile video. In questo caso è proiettato a tappe, in un percorso itinerante che si snoda su diversi schermi, quasi a sottolineare l’importanza del movimento fisico. È forse l’idea più carina del progetto, anche se penso che in realtà sia nata soprattutto per esigenze pratiche di gestione delle code.

Expo Milano Usa

Il padiglione del Vietnam è forse più interessante all’esterno che all’interno e sembra sia nato esclusivamente per rispondere a un interrogativo fondamentale che in tantissimi visitatori di Expo si pongono: Dove si prende quel cappellino?

Expo Milano Vietnam

E poi ci sono l’Iran e il Marocco. Sono tra i pochissimi Paesi ad aver pensato che anche l’olfatto è parte dell’identità di un luogo e della sua cultura gastronomica. E così, accanto alle architetture-per-stupire e ai video-per-autocelebrarsi, espongono anche erbe aromatiche, fiori e frutti odorosi, che personalmente mi aspettavo di trovare anche in altri padiglioni. Vale sicuramente la pena dare un’occhiata – direi soprattutto al Marocco, se dovete fare delle scelte – eppure quando esci, non ti sembra di esserti davvero portato a casa l’essenza di queste due meravigliose nazioni.

Expo Milano Iran

Infine, gli inclassificabili. La Moldova non si è sforzata nemmeno un poco: il suo, più che un padiglione, è un semplice stand, anzi una sala convention. Devo ammettere che la loro indolenza è quasi coraggiosa, quasi degna di ammirazione. In un certo senso comunica evidentemente qualcosa del Paese. Sbatterci per Expo? Ma perché? Chissà, forse non fare niente, è meno peggio che impiegare tante risorse per fare un progetto anonimo e identico a ogni altro.

Il Sudan ha tentato di riprodurre il fascino delle abitazioni di fango e sabbia, e ha invece ottenuto un effetto più simile alle pareti bucciate dei nostri condomini anni Sessanta. L’interno è poco più che un bazar.

E poi bisogna dirlo: le installazioni regionali lungo il decumano sono orribili, terribili, oltre i confini del trash. Mokeup pessimi sia nelle intenzioni, sia nel risultato. Piuttosto che niente, in questo caso era sicuramente meglio niente.

8. Trucchi per evitare le file?
Di solito preferisco il treno all’auto, per motivi sia pratici sia ambientali. Ma in questo caso l’auto ha un vantaggio innegabile: verso le sei tutti i visitatori arrivati in treno scappano verso la stazione. Il consiglio è quindi di tenervi i padiglioni più affollati per il tardo pomeriggio quando, grazie a questo esodo, le file calano sensibilmente.

Expo Milano Padiglione Italia

9. E il cibo?
Ci sono ristoranti e caffè ovunque. In più, quasi ogni padiglione, ha un proprio punto ristoro. Noi abbiamo pranzato al sanissimo israeliano, fatto merenda con le grassissime patatine belghe e cenato nell’area street food con hamburger verdi a base di alghe.

Dutch Burger Expo Milano

10. Ma in conclusione, vale la pena visitare l’Expo?
Che domanda è? Questo dovete deciderlo voi, e potete farlo solo dopo esserci stati. Però, se la domanda è più specifica, e ti stai chiedendo se vale la pena andarci in questi ultimi giorni, puoi leggere in questo stesso blog un articolo dedicato alle visite dell’ultimo minuto.

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