Un giro nel miglior bar di Sassuolo.

Oggi mi va di parlare del miglior bar di Sassuolo e lo farò, naturalmente, facendo un discorso da bar. Prima di parlare del miglior bar di Sassuolo dobbiamo però accordarci su cosa è il bar, cosa si intende per bar in senso specifico, altrimenti non se ne viene a capo.

Per prima cosa sosterrò che il bar, il vero bar, deve essere brutto, ma brutto in un senso preciso che è intrinseco al concetto di bar. Per capirci, partiamo da qui: oggi amiamo dire che i FabLab sono garage condivisi. Può essere. Si dice anche che molte piattaforme sociali siano una sorta di diario condiviso. E anche questo, in un certo senso, potrebbe avvicinarsi alla realtà.

Sassuolo - Esplorazioniminime di Diego Fontana

Ma se ammettiamo che queste due affermazioni siano vere, allora dobbiamo accettare, senza ombra di dubbio, che anche il bar, il bar specifico, rappresenti innegabilmente un ambiente condiviso precisissimo. Quale ambiente? Facile: il tinello. Né la cucina, né la sala. Ho detto proprio il tinello. Che cosa è il tinello, o meglio che cosa è stato, dal momento che nelle nostre abitazioni quasi non esiste più? Il tinello era un luogo a metà tra tutto: un crocevia tra cucina, salotto ed entrata. Il tinello era il luogo deputato alla vita giornaliera della casa e proponeva un modello di socialità che in seguito è andato in crisi. L’essenza del tinello era quello che oggi ci appare come un ossimoro: la condivisione pubblica del privato. Era cioè, il tinello, il luogo in cui si pranzava, ma dove si accoglievano anche gli ospiti, specie durante il giorno. Per la sera si poteva usare la sala, anche se spesso la sala, nelle case di una volta, finiva per restare chiusa. E restava chiusa, se ci pensiamo bene, tanto più quanto era fertile la vita sociale della famiglia.

Tinello anni sessanta

Il tinello proponeva un modo di trascorrere insieme del tempo che non presupponeva telefonate anticipate, appuntamenti, scaffali da riordinare e pavimenti da pulire. Era cioè il luogo dove la famiglia viveva intimamente, e dove al contempo, con disinvoltura, condivideva la propria quotidianità con gli amici, i parenti, i vicini di casa che si presentavano senza preavviso e con estrema naturalezza per bere un caffè, fare una partita a carte o condividere una bottiglia di lambrusco durante un sabato pomeriggio. In questo tipo di intimità condivisa, a nessuno importava se indossavi una trasandata veste da casa (anzi, era piuttosto normale, sarebbe risultato strano il contrario), se addirittura eri in pigiama o se eri ancora in abiti da lavoro; a nessuno, a dire il vero, importava molto nemmeno se la stanza era profumata, pulita e lavata. Magari, in un certo modo, gli importava. Ma diciamo che non era un presupposto. Diciamo che non era condizione necessaria. Perché, in quel tipo di socialità, il valore che funzionava era la parità: quanto più gli ospiti non si sentivano ospiti, ma persone uguali a te, pari a te, tanto più si sentivano accolti e a proprio agio. Il massimo dell’accoglienza era mostrarsi nel massimo della propria autenticità. Solo alla sera, solo per certe serate, solo se necessario, di quando in quando si apriva il salotto.

Il bar in Italia è nato così, come un prolungamento ideale del tinello. Come un tinello di quartiere in cui mettere in piazza la propria intima autenticità. Chi andava al bar voleva sentirsi accolto, così accolto da poterci andare in pantofole, da poter alcune volte farsi il caffè in autonomia o versarsi un bicchiere di vino e poi lasciare i soldi sul banco. Andare al bar non era uscire. Era prolungare il proprio abitare, anche al di fuori dalla propria abitazione. Andare al bar non presupponeva doversi preparare, non presupponeva dover apparire in un modo più ordinato o differente da come si era a casa. Anzi, chi lo faceva veniva additato come un gagà, uno strambo, uno con delle velleità. Quanto più il barista e gli avventori comunicavano un’atmosfera di quotidianità, di naturale trasandatezza nel senso di ordinaria usura da vita quotidiana, tanto più il bar era considerato accogliente e apprezzato. Il bar era un tinello e doveva essere brutto come un tinello: brutto nel senso che non doveva esserci nessun elemento in più, nessun indizio di velleità nell’arredamento, niente che comunicasse agli avventori che il bar intendesse porsi come qualcosa di più e di meglio rispetto al tinello di casa propria. Perché altrimenti faceva sentire a disagio, fuori luogo, faceva appunto sentire di essere usciti di casa. Di essere fuoriusciti dalla propria quotidianità.

Storia del bar
Storia del bar

Il più bel bar era quindi un tinello, e precisamente un tinello brutto, cioè un tinello che non comunicasse di «voler essere chissà cosa». Quando è andato in crisi il modello di questo bar? Fateci caso: quando è andato in crisi il concetto di tinello, come un numero 10 nel calcio, senza più un ruolo negli schemi tattici moderni. Bar e tinello hanno cominciato a naufragare quando il tipo di socialità proposta, a causa di un miliardo di fattori tra i quali il benessere, che ha giocato un ruolo determinante (ma non assoluto), è cambiata in modo repentino (più o meno in una generazione, direi): oggi l’intimità non si può più mettere in piazza, o si può sempre meno. Gli amici ci chiamano al telefono, prima di venirci a trovare, e noi infiliamo i piatti nella lavastoviglie e rassettiamo almeno un minimo i divani. Quando i nostri amici entrano in casa nostra stiamo in cucina o nel salotto o nella cucina-sala. In cucina (o nell’area cucina) se sono amici amici, in salotto (o nell’area salotto) se sono un po’ meno amici. E stiamo per esempio in cucina se dobbiamo scambiarci qualche piccolo segreto, e in salotto se dobbiamo giocare a un gioco di società. E se non sono proprio amici amici amici, quando entrano in casa nostra non sono vestiti come lo sarebbero a casa propria, e anche noi non siamo vestiti come lo saremmo se fossimo soli. E anche la casa, rassettata magari al volo, non può comunque più essere, come lo era una volta, identica sia con ospiti sia senza. Morto il tinello, protetta l’intimità e custodita dal fornello della cucina o dalla stanza da letto, abbiamo separato fortemente il privato dal pubblico, cosicché quando siamo insieme, siamo fuori, siamo in pubblico e siamo un noi diverso dal noi intimo.

appartamento moderno senza tinello

E quindi anche il bar, pur mantenendo il nominativo di bar, è diventato un’altra cosa. Una cosa che non si sa più bene cos’è. Che sta a metà tra tutto, tra cucina e sala, tra privato e pubblico. È un numero 10: ora che lo schema dei comportamenti sociali è diventato più rigido, ha perso il proprio ruolo. E così, per sopravvivere, è diventato un po’ un Caffè, un po’ un Pub, un po’ un locale da aperitivi. È comunque un luogo sempre deludente: troppo intimo per chi vuole proprio uscire, e sente di non essere uscito abbastanza, se ha trascorso la serata al bar anziché al pub; troppo pubblico per chi ha ancora in testa i bar specifici, dove non si trovavano tappeti zebrati e 70 tipi di caffè, giusto per informarti che NON sei a casa tua e come ospite devi comportarti.

bar moderno
Un indizio: non è questo.

Ecco perché i nuovi bar non mi piacciono. Perché non si capisce cosa sono e cosa vogliono essere. E quando parlo del più bel bar di Sassuolo parlo dell’unico che, secondo me, è riuscito miracolosamente a rimanere un bar in senso specifico. A ritagliarsi un ruolo relativo al mettere in comune la propria intimità con gli altri. E c’è riuscito, credo, anche perché è completamente fuori dai giochi, lontano da tutto e sconosciuto a molti. Dunque, di base, nessuno si fa grossi problemi ad andare a prendere un caffè in pigiama. E da questo gesto banale, si generano a cascata un sacco di gesti che fanno di questo bar il più bel bar di Sassuolo. Ovviamente è anche brutto, nel senso che non ha niente nell’arredamento, che dimostri una qualche velleità.

Non credo sia un caso che si sia riempito di anziani, che hanno ben presente cosa significasse scendere (e non andare) al bar. Là, immagino, trovano l’ambiente che non riuscivano più a trovare da nessun’altra parte. Ah, ho appena deciso – o forse lo avevo già fatto all’inizio – che non ve lo dico qual è questo bar. Vedrete che se cercate un bar bar, un bar dove sentirvi al bar, prima o poi finite per trovarlo.

trova il bar di Sassuolo

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