Monastero di Santa Catalina, Arequipa

Appunti di viaggio in Perù – Parte 1, da Lima ad Arequipa.

GIORNO 1 – LIMA. IMPRESSIONI NELLA GARUA
Un grosso scoiattolo grigio compie i propri equilibrismi sui cavi appesi tra i palazzi, oltre la vetrata dell’hotel dove consumiamo una colazione a base di papaya, melone verde e cocomero. Sotto di lui, il traffico mattutino di una città di dieci milioni di abitanti.

Poco dopo, i quartieri di Lima stanno già scorrendo attraverso i finestrini del nostro mezzo, che manovra tra ampi viali, uliveti urbani e scorci di Oceano Pacifico fin dentro al cuore della città. La capitale è semplicemente troppo sconfinata e straripante di vita, storia e segreti rispetto alla manciata di ore che abbiamo a disposizione per visitarla: a distanza di pochi giorni, nella mia memoria Lima è ormai solo un affresco nebuloso e sbiadito nella sua stessa garùa – un misto appiccicaticcio di umidità, foschia e microscopiche gocce di pioggia che da queste parti di mondo caratterizza il clima nella maggior parte delle giornate – con qualche frammento giusto un poco più vivido di altri.

Urubù, Lima, Perù

Al di là della Chiesa di San Francisco, delle catacombe traboccanti ossa utilizzate come cimitero fino ai primi dell’Ottocento, degli edifici coloniali che ancora riverberano un potere seducente e terribile a distanza di molti anni dalla conquista spagnola, per me Lima sono i ricordi degli urubù (avvoltoi di medie dimensioni, qui simpaticamente ribattezzati Gallinazos, cioè Gallinacce) che volteggiano indisturbati su Plaza de Armas, i gruppuscoli di persone accalcate a bottegai, negozietti e ambulanti per consumare la propria street-breakfast tradizionale a base di frutta, estratti o churros e il primo scorcio sui quartieri abusivi, che appaiono – variopinti e sgargianti come una Portofino di Cascella distopica e infernale  arrampicati sulle rupi oltre la riva opposta del fiume Rimàc, il grande Parlatore nella lingua nativa, le cui acque, oggi, non possono che raccontare di disparità insanabili, davanti alle quali nessun gringos dovrebbe permettersi di voltare lo sguardo.

Quartieri abusivi, Lima, Perù

Abbiamo il tempo di dare un’occhiata allo splendido Museo Archeologico Larco, che raccoglie ed espone con grande attenzione anche all’aspetto scenografico un’infinità di manufatti sbalorditivi risalenti alle civiltà preincaiche. È nel giardino del museo che scorgo il primo, iridescente colibrì della mia vita e decido di accoglierlo come un segno benaugurante per il nostro viaggio.

Colibrì e Cantuta, Perù

GIORNO 2 – DA LIMA A PARACAS. I SEGRETI DEL DESERTO

La Panamericana è una strada affascinante, con un nome epico che promette avventura e leggenda. Unisce l’Alaska con l’Argentina, attraversando gli States e buona parte dell’America del Sud, dove costeggia ampi tratti di Oceano Pacifico. Snodandosi attraverso città, spiagge, deserti di roccia e sabbia, villaggi, misteriose baracche solitarie, aziende agricole e dune imponenti come montagne, regala spesso scorci mozzafiato. Ma a dispetto del nome altisonante non è una costruzione ciclopica: al contrario – per lo meno nel tratto che abbiamo percorso – somiglia più a un delicato nastro nero adagiato sul territorio quasi per infiocchettarlo come un dono per ogni passante: segue ogni capriccioso rilievo, ogni depressione bizzosa, ogni antipatica ansa, senza mai azzardare un ponte, un viadotto, una galleria. Generalmente presenta una sola, striminzita corsia e, solcata notte e giorno da autotreni carichi di merci, non è certo sempre priva di traffico come in questa fotografia.

Strada Panamericana, dall'Alalaska all'Argentina

Anche per questa ragione, ci spiega Maria, la guida che ci accompagnerà fino ad Arequipa, in Perù si preferisce misurare le distanze in termini di tempo invece che di lunghezza: se per cento chilometri di pieno deserto può volerci un’ora e mezza, per cento chilometri costellati di villaggi e città il tempo si dilata anche significativamente a causa del traffico, dei dossi rallentatori e naturalmente dei pedoni. Del resto, nella lingua nativa, la parola Pacha – che si ritrova per esempio nel nome della madre terra, la Pachamama – indica sia il concetto di spazio, sia il concetto di tempo. In ogni caso, un lungo viaggio è sempre un’ottima occasione per fare scoperte e riempire il taccuino di annotazioni.

Panamericana, Perù

  • Le campagne elettorali dipinte 
    Difficile incontrare locandine, affissioni e poster politici in città. In Perù le campagne elettorali vengono dipinte direttamente sui muri di simpatizzanti o comunque di persone che accettano di offrire spazi ai candidati di turno, in cambio magari di favori. Visto che siamo arrivati in un momento caldo, sfociato con l’elezione di Pedro Pablo Kuczynski, ennesimo presidente di destra (il Perù non ha mai avuto un governo di sinistra), ogni centimetro quadrato di muro era un florilegio di colori, disegni, sigle e imperativi conditi da promesse, esortazioni e svariati punti esclamativi.
  • Feste sentite e multe salate
    Il 28 e 29 luglio in Perù si celebra l’Indipendenza dalla Spagna. È una festa nazionale ancora oggi molto sentita, in occasione della quale ogni abitante espone la bandiera rossa e bianca – ispirata, secondo la tradizione, ai colori dei fenicotteri – sulla propria abitazione. Ma ci è stato spiegato che questo mar rosso e bianco non è del tutto volontario: esporre la bandiera è considerato un dovere del cittadino ed esiste persino un codice che ne regolamenta la grandezza in base alla metratura e alla natura pubblica o privata degli edifici. In caso di irregolarità o totale mancanza, si incorre in multe e sanzioni.

Peruvian people, Perù

  • Landscape Advertising
    Le celebri linee di Nazca non sono le sole a solcare i territori peruviani. Meno misteriose e più prosaiche, fanno capolino su diverse colline e montagne scritte di ogni tipo: da stemmi di scuole e università a loghi di aziende, fino a sigle personali. È un’antica tradizione che si è perpetrata sino ai giorni nostri. Nella fotografia di questo scorcio sembra persino campeggiare l’acronimo del vecchio caro Istituto Europeo di Design (IED), che però non mi risulta avere una sede in Perù.

IED Firenze, Perù

  • Villaggi e quartieri non ancora regolarizzati
    Ai margini delle città sorgono interi quartieri che ricordano un poco le favelas brasiliane. Ma anche in pieno deserto, a distanza di diversi chilometri da villaggi e cittadine, è facile scorgere agglomerati di casette costruite alla meno peggio recuperando mattoni, lamiera e legno, che sembra si sostengano l’un l’altra per quanto sono esili. L’impressione, dopo l’impatto iniziale piuttosto disorientante, è quella di un Paese brulicante, laborioso, con un occhio sempre prospettico sulla realtà, dove in un modo o nell’altro chiunque tenta di darsi da fare per migliorare la propria condizione e dove più che di abusivismo si preferisce parlare di posizioni “non ancora regolarizzate”. Questa idea, certamente non del tutto sbagliata, come ci hanno confermato diverse guide, nasconde però un sistema più complesso e organizzato: tutto nacque in seguito alla crisi monetaria del 1990. Da allora, per tutelare le classi più disagiate, il governo ha scelto la linea di una certa tolleranza riguardo le abitazioni abusive, che vengono di norma regolarizzate entro qualche anno con l’allacciamento di acqua ed elettricità, magari in cambio di un sostegno elettorale. Ma la situazione è andata via via complicandosi. Oggi esiste una vera e propria lottizzazione abusiva: abitanti che pagano persone per presidiare baracche tirate su in quattro e quattr’otto, in attesa di una regolarizzazione che attribuirà un valore all’immobile e al lotto. Inoltre è facile notare case in perenne costruzione, con i ferri del cemento che sbucano ben visibili oltre il tetto piatto, come fosse eternamente imminente l’edificazione di un piano successivo: è un’escamotage diffuso per evitare di pagare tasse, dal momento che su una casa non terminata non vengono richieste.


GIORNO 3 – ISOLE BALLESTAS E NAZCA. LINEE CHE UNISCONO PUNTI

Paracas. Versi esotici che non avevo mai sentito in vita mia mi ipnotizzano come canti di sirene e mi trascinano fuori dall’hotel come in trance, poco prima che sorga il sole. Mi ritrovo, sbalordito, completamente solo su di una baia zeppa di fenicotteripellicani, aironi, cormorani, gabbiani e garzette.

Paracas, cormorani e pellicano

Mentre il chiarore dell’alba incomincia a diffondersi tra le sabbie e a riverberare sull’acqua, individuo anche un colibrì tra i fiori della Cantuta. Quello che ancora non sospetto, è che questo sarà solo l’aperitivo rispetto al tour alle Isole Ballestas in programma questa mattina.

Pellicano peruviano, baia di Paracas, Perù

Poco dopo colazione stiamo già sfrecciando in motoscafo tra arzigogolati isolotti di roccia che ricordano una baia dei pirati in miniatura. Mentre la mia mente immagina tesori microscopici e corsari lillipuziani che solcano il mare su gusci di cocco sparando piselli e fagioli tra un’imbarcazione e l’altra, ci ritroviamo circondati da colonie straripanti di eleganti sule altezzose, maestosi pellicani che planano sul pelo dell’acqua con quella rigidezza caratteristica che ricorda tanto la cavalcatura di Arzak, cormorani dal petto bianco che somigliano a pinguini e persino rari pinguini veri e propri.

Cormorani peruviani, isole Ballestas, Paracas, Perù

Oltre alle placide otarie adagiate sugli scogli, ci sono anche berte, sterne e diverse altre specie, che volano innumerevoli in ogni direzione, in stormi così fitti che appaiono come nuvole cariche di pioggia.

Otaria, isole Ballestas, Paracas, Perù

Le Islas Ballestas (il nome deriva da una formazione rocciosa che ricorda una balestra), punta di diamante della Riserva Naturale di Paracas, sono anche il luogo privilegiato per osservare El Candelabro, la celebre figura tracciata sulla roccia che ancora non trova una lettura univoca tra gli studiosi: antico geoglifo da collegare alle linee Nazca o simbolo massonico relativo al liberatore Don José de San Martín (condottiero massone proprio come Garibaldi, che del resto visitò il Perù)? Qualsiasi sia la spiegazione, bisogna ammettere che si prova una certa emozione nel trovarselo davanti, dopo averlo visto giganteggiare sugli schermi di Voyager, Mistero, e mille altri programmi che costruiscono enigmi a tavolino, promettendo spiegazioni puntualmente disattese, sempre dopo la pubblicità.

El Candelabro, isole Ballestas, Paracas, Perù

  • La Ballestas e il vero El Dorado del Perù
    Mentre gli Spagnoli razziavano oro e argento praticando scorribande in ogni dove, perennemente alla ricerca di un sito più ricco e opulento da saccheggiare, non si resero conto che la vera ricchezza delle terre peruviane aveva a che fare con la fauna, e in particolare con gli uccelli: il guano che producono è a tutt’oggi uno dei migliori fertilizzanti al mondo. Il possesso del guano divenne presto una questione molto seria e nell’Ottocento fu oggetto di una dura guerra tra Chile e Perù, che ancora lascia strascichi tra le due popolazioni. Le isole Ballestas, con le loro colonie innumerevoli di specie protette, sono un luogo eletto anche per meditare su tutto questo. Credo sia interessante ipotizzare che da qui al futuro, il rispetto per gli animali, con il conseguente indotto del turismo responsabile, possa rappresentare per il Perù un ulteriore El Dorado, forse ancor più ricco del guano stesso.

Il volo delle Sule, Isole Ballestas, Paracas, Perù

Finito il tour acquatico, un tè caldo e via, di nuovo sulla Panamericana che fende con coraggio la polvere del deserto in direzione della pampa di Nazca, dove il dio Wiracocha, con un’intuizione geniale, fulminerà il mio telefono all’improvviso, proprio nel momento in cui il mio dito avrebbe scattato una fotografia alla fila un po’ surreale, accalcata attorno alla donchischottiana impalcatura in tubi che si erge in mezzo al nulla cosmico della piana. Salendoci è possibile scorgere tre celebri figure: l’albero, le mani e la lucertola, con la coda mozzata dalla strada ed eternamente calpestata dagli autotreni, come in una sorta di condanna dantesca per chissà quale colpa da scontare. Da questo momento in poi, senza telefono e connessione a internet, ringraziando Wiracocha il mio rapporto con il Perù sarà ancora più vivo e meno mediato. In fondo era uno degli obiettivi del viaggio.

Torre di Nasca, pampa di Nazca, Perù

  • A proposito: Nazca o Nasca?
    Anche tu, come me, non hai mai capito come si pronuncia quella maledetta zeta prima della ci? Non preoccuparti: ho scoperto che mentre in tutto il mondo ci sforziamo di infilare la lingua tra i denti con l’unico risultato di sputacchiare saliva sul viso degli interlocutori, qui le persone si sono stufate e hanno semplicemente ribattezzato Nazca in Nasca. Nasca è ufficialmente diventata la grafia dominante e così la troverete indicata anche sulla segnaletica. Niente più saliva in giro per il Perù, niente più inutili complicazioni. Problema risolto. Semplice, no?

Linee di Nasca, pampa di nazca, Perù

A poca distanza dalla torretta di tubi cinguettanti si trova una delle poche alture della piana. Meno battuta dal turismo di massa, emana un fascino magnetico, sebbene la vista non offra altro che un orizzonte quasi piatto e infiniti chilometri di polvere e terra rossa e scura. Eppure, non saprei dire perché, l’atto stesso di salire su questa collina solitaria, ha fatto vibrare qualcosa in me: è come se per un attimo, mettendo un passo davanti all’altro nel silenzio immutabile di questo deserto perennemente senza vento, fosse possibile percepire gli echi ancestrali dei popoli che solcarono questo stesso terreno, radunandosi a centinaia per tracciare  una forma attraverso la quale comunicare con l’eternità.

Linee di Nasca, pampa di nazca, Perù

Ripreso il viaggio sulla nostra nave delle sabbie, approdiamo in città giusto in tempo per assaggiare una freschissima Chirimoya – un frutto dolce e farinoso di cui non sospettavo nemmeno l’esistenza – e infilarci nel Museo Archeologico Antonini: non certo ampio come quello di Lima, raccoglie però manufatti ceramici sorprendenti relativi alla civiltà Nazca, precedente a quella Inca e almeno altrettanto affascinante. L’atmosfera esotica, i rigogliosi giardini interni che ricostruiscono i sistemi di irrigazione e i commenti puntuali della nostra preziosa guida Maria, rendono la visita un’esperienza davvero intensa. Infine, un’occhiata alla brulicante cittadina e alla sua colorata piazzetta, per poi caracollare in hotel.

Città di Nasca, pampa di nazca, Perù

GIORNO 4 – IN VOLO SULLE LINEE DI NAZCA

Anticipiamo ancora una volta la sveglia e ci intrufoliamo tra i vicoli di Nazca/Nasca, proprio mentre la città si sta svegliando, tra abitanti che acquistano profumati frutti variopinti troppo insoliti per non incutere in noi gringos un poco di soggezione, cani di quartiere che gironzolano educati e discreti in cerca di avanzi, mercanti e ambulanti che vendono ottimo pane caldo – in Perù il pane è davvero molto buono – e colazioni da strada a base di estratti e frullati.

Città di Nasca, colazione tradizionale, Perù

Oltre i finestrini scorrono piantagioni di cactus, coltivati sia per il frutto, sia per la cocciniglia che li infesta, utilizzata come colorante naturale per la lana di alpaca. All’orizzonte fanno capolino diverse montagne rocciose che sembrano ricoperte di neve, quando invece è la sabbia del deserto che si accumula tra le insenature.

Cocciniglia, colorante naturale per lana di Alpaca, Perù

Ben presto siamo al minuscolo ma trafficatissimo aeroporto di Nasca, ad aspettare pazienti il nostro turno tra le incertezze delle condizioni meteo e delle priorità stabilite tra le compagnie. È un’attesa un poco snervante, perché nessuno può garantirci davvero un orario certo entro il quale il nostro volo decollerà. Non resta altro che farsene una ragione e trascinare la mattina fino al primo pomeriggio, tra diversi caffè americani, qualche inutile acquisto e un po’ di chiacchiere di circostanza. A un certo punto, quando le idee per ingannare il tempo sono ormai prossime all’esaurimento, avvisto un gruppo di avvoltoi collorosso: gli abitanti li considerano poco più che sgraziati tacchini volanti e arraffoni, ma per me hanno il fascino di una specie esotica, prossima al Condor, che in natura non avevo mai osservato prima. M’incammino lungo la piana desertica, verso le rocce lontane dove gli avvoltoi compiono la propria danza funebre, e mi diverto a sentirmi un avventuriero in miniatura, mentre rubo alla natura qualche scatto appena decente con la mia macchina digitale. Se nei prossimi giorni non riuscirò ad avvistare un condor, formulo tra me e me, potrò almeno consolarmi con questi cugini.

Avvoltoi collorosso, Nazca, Perù

Alle due e mezza suona la nostra campana: il tempo di un consigliatissimo travelgum e si decolla. Osservare la pampa dall’alto, a bordo di un trabiccolo cigolante con un’apertura alare non molto più ampia rispetto a quella di un condor è un’emozione vera. Difficile prendere le misure a quello che si sta osservando oltre i finestrini, tra una virata spericolata al limite della nausea e un’altra: come per quanto riguarda El Candelabro, è fin da quando sono un bambino che leggo e sento parlare di queste linee e ora mi sembra quasi di averne tracciata e chiusa una personale, iniziata da un me preadolescente che rimase folgorato da un libro di Peter Kolosimo, continuata con le peripezie della mia vita e conclusa qui, dove per tante volte tra i dodici e i quindici anni ho fantasticato di essere. Chissà a che animale assomiglierebbe, se provassi a tracciarla davvero?

Dopo l’atterraggio ci aspettano un’infinità di ore di puro deserto. Nient’altro che polvere, sabbia e rocce. Ceniamo sull’oceano, davanti a un tramonto che incendia la schiuma delle onde, e arriviamo a tarda sera ad Arequipa, la leggendaria città bianca costruita ai piedi dei vulcani, porta d’accesso privilegiata per la valle del Colca.

Tramonto sull'Oceano Pacifico, Perù


GIORNO 5 – AREQUIPA. FILM BIANCO, ROSSO E BLU.

Le pietre sillar riflettono la luce vivida del sole montano che riverbera tra i funambolici decori del barocco meticcio e rendono ancora più spettacolare lo skyline di questa città, su cui si stagliano minacciose e al contempo protettive le sagome dei vulcani El MistiChanchani e Pichu-Pichu.

Arequipa, insieme a Cusco, è forse la città con la personalità più intensa e vivida di tutto il Perù. Così scenografica eppure autentica, così poco incline alle messe in scena turistiche, con un’esuberanza propria, scolpita nella roccia vulcanica, e un’identità dipinta nel bianco delle pietre e nel blu e rosso saturi e vividissimi che campeggiano orgogliosi sulle facciate del meraviglioso Monastero di Santa Catalina e di diversi scorci urbani. Gironzolare per la Plaza de Armas tra i sermoni-show degli evangelisti, perdersi tra i vicoli alla ricerca della fotografia perfetta, infilarsi nei chiaroscuri dei chiostri e nei viali pedonali è davvero un’esperienza meravigliosa. Ricorda un poco, forse, alcune cittadine dell’Andalusia, alle quali però manca l’impatto scenico dei vulcani che nei secoli hanno offerto tanta fertilità e ricchezza alla valle, esigendo in pagamento severissimi tributi.

È ad Arequipa che assaggio il mio primo cebiche, accompagnato da un buonissimo camote (vedendo il mio interesse, il cameriere mi aiuta ad appuntare il nome correttamente sul taccuino) e da una zuccherosissima Inca Kola dal colore radioattivo, che somiglia a un Big Bubble liquido e frizzante. Anche in questo caso il cameriere mi viene in soccorso, suggerendomi, per la prossima volta, l’Energina (che, se ho capito bene, è più tipica della regione di Arequipa e più fedele all’originaria ricetta dell’Inca Kola).

Cebiche, Camote y Inca Kola, gastronomia del Perù

Oltre al monastero, la cui vita era molto più disinibita, aperta e fervida di quanto mi sarei aspettato, visitiamo – accompagnati dalla nostra guida Karina – la Chiesa di San Francesco, il celebre quartiere Yanahuara e il toccante museo dedicato al ritrovamento di una mummia conservata quasi completamente intatta: ribattezzata Juanita, fu una giovane nobile di appena dodici anni, che visse tutta la sua breve vita sapendo che un giorno sarebbe stata sacrificata per placare lo spirito (Apu) del vulcano El Misti, che ancora oggi minaccia e al contempo regala fertilità all’intera valle. È ormai buio quando ceniamo – questa volta ordino un’ottima birra Cusquena – per poi addormentarci contando gli alpaca, i lama e le vigogne che forse vedremo domani.

Cattedrale di Arequipa, Perù

  • La piazza come ufficio di collocamento
    La piazza principale di Arequipa, forse la più straordinaria del Perù, è brulicante di vita: studenti, anziani, ambulanti, turisti, preti che arringano le folle. Ma c’è di più: Karina ci spiega che da molti anni è anche un vero e proprio ufficio di collocamento en plein air, con tanto di persone specializzate nel redigere curriculum e lettere di referenze con una vecchia macchina da scrivere. Per molti immigrati che arrivano dalle valle è il modo più rapido per iniziare una vita lavorativa. Ai cittadini di Arequipa basta affacciarsi alla piazza e chiedere, per esempio, un manovale, per ottenere in poco tempo candidature referenziate. È una tradizione antica che fa parte delle abitudini di vita di questa comunità e il governo ha scelto che, come tale, è giusto preservarla.

Plaza de Armas, Arequipa

  • Il cattolicesimo sincretico e i simboli nascosti
    Arequipa è una cornucopia di barocco andino, o meticcio: le facciate di chiese cattolicissime nascondono tra i garbugli dei decori incredibilmente lirici e sofisticati, innumerevoli simboli che si riferiscono alle credenze precolombiane e incaiche: così, se si osserva bene il decoro di una colonna, si può rimanere sbalorditi dalla presenza di un serpente: ma se per un cattolico il pensiero corre subito al demonio, qui al contrario il serpente è un simbolo positivo che allude alle anse dei fiumi portatori di vita e di conseguenza alla Cocha Mama, la benevola madre-acqua. Allo stesso modo, quello che appare un leone è in realtà un puma con una corona di piume di condor. Entrambi gli animali erano venerati come dei: il felino è uno degli attributi del dio Wiracocha, mentre il condor aveva la funzione di riunire le anime dei morti al sole, perpetrando il ciclo vitale per l’eternità.

Chiesa di Yanahuara, Arequipa, Perù

  • Gastronomia e Inca Kola
    In Perù si mangia benissimo, ad Arequipa in particolare. È sorprendente quanto la base della gastronomia peruviana non sia affatto diversa da quella mediterranea: ampio utilizzo di cereali, pesce e verdure di ottima qualità, cucinati in modo semplice per esaltarne il sapore naturale. Il cebiche per esempio è un freschissimo piatto di pesce crudo con cipolle rosse e tanto succo di lime, che ad Arequipa ho assaggiato accompagnato da camote, una delle oltre 3.000 varietà di patate peruviane buonissima e vagamente dolce, che in Italia conosciamo quasi solo nella variante a polpa bianca con il nome generico di ‘patata americana’. Ma ci sono anche ottimi piatti a base di quinoa (in Perù la conoscono e coltivano da secoli e a tutt’oggi sono tra i principali produttori al mondo) e verdure croccanti: ho scoperto che i peruviani hanno la stessa puntigliosità per il perfetto punto di cottura delle verdure, che noi italiani abbiamo rispetto a quello della pasta. O sono al dente o non si mangiano. Anche il pane e gli alimenti a base di farina sono fantastici. Il solo neo è forse rappresentato dall’Inca kola, ma non è tutta colpa del Perù. Nei primi del Novecento era una bevanda tipica a base di erbe, ma è presto diventata un marchio registrato dalla Cocacola, che l’ha trasformata in una brodaglia giallastra dal gusto simile a quello di una Redbull ancor più chimica e dolciastra. (Qui la storia curiosa di un tarocco all’Italiana: l’Inka Cola, con la Ci e la Kappa invertite rispetto al nome originale).

Zuppa di quinoa, gastronomia del Perù

  • La Y (Ypsilon)
    La y per noi italiani è quasi sempre una vocale con un suono assimilabile a quello della i. Pronunciamo per esempio Toiota e Iundai. In Perù è invece più simile alla nostra j e diventa quasi una gi o una ge. Così, è facile orecchiare tra i passanti parole come Togiota e Giundai. Vale anche per il celebre quartiere Yanahuara, naturalmente, che viene pronunciato come Gianauara.

Quartiere di Yanahuara, Arequipa, Perù

FINE PRMA PARTE.
Prosegui il viaggio tra le vigogne del Parco Naturale di Salinas y Agua Blanca e i condor che veleggiano sul Canyon del Colca. 

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4 pensieri su “Appunti di viaggio in Perù – Parte 1, da Lima ad Arequipa.

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