Lama, Pampa de Toccra, Perù

Appunti di viaggio in Perù – Parte 2, da Arequipa a Puno.

Segue da: Appunti di Viaggio in Perù – Parte 1, da Lima ad Arequipa.

GIORNO 6 – LA RISERVA NATURALE DI SALINAS Y AGUA BLANCA E CHIVAY. CINQUEMILA METRI DI ALTEZZA CHE TOLGONO IL FIATO

Il nostro mezzo arranca e tossisce fumi neri tra viuzze sempre più ripide e striminzite che s’ingarbugliano tra i quartieri poveri di Arequipa, in un acquerello caotico e sgargiante di bancarelle, bandiere rosse e bianche che campeggiano su abitazioni appena accennate e una selva di armature in ferro che sgorgano da ogni dove a graffiare il cielo, come per imprigionare i sogni di tutta questa umanità, quando nelle intenzioni dovrebbero invece proiettarli in un futuro fatto di felicità regolamentata, acqua potabile ed elettricità.

Mercati fuori da Arequipa, Perù

Mentre attraversiamo quello che appare come un mercato rionale, non posso non ripensare ai quartieri bene che scorrevano oltre i finestrini appena poche manciate di minuti fa, dove in luogo delle capanne in lamiera e mattoni e delle armature del cemento, saltavano agli occhi trincee di mura ben solide, alte più di sei metri e filo elettrificato a imprigionare tutto il resto del Perù, fuori da quelle vite intoccabili i cui sogni si avverano ogni singolo giorno.

Arequipa, Perù, recinzioni elettrificate

Le tracce di presenza umana si diradano al pari delle molecole di ossigeno nell’aria, mentre proseguiamo la nostra scalata verso i rispettabili Apu che governano queste terre, al contempo minacciosi e benevoli come conviene a ogni spirito di montagna che si rispetti. Oggi raggiungeremo la quota più alta di tutto il percorso e – se non sbaglio – la più elevata in assoluto che i miei piedi abbiano mai toccato: quattromilanovecentoerotti metri sul livello del mare, che da queste parti arrotondano tutti a cinquemila tondi. La nostra guida Karina ci ha già messo in guardia rispetto al soroche, il mal di montagna dovuto principalmente a scompensi nella pressione e nel respiro, e ci ha anche spiegato come combatterlo: limitarsi nei movimenti, idratarsi parecchio e trangugiare con serenità diversi corroboranti mate de coca. Se da un lato noi gringos non vediamo l’ora di provare, fantasticando sui portentosi effetti della bevanda, dall’altro, per cultura, non riusciamo ad affrontare questo millenario rito quotidiano con la giusta disinvoltura: una parte di noi continua a trovarlo in qualche modo trasgressivo, se non addirittura disdicevole. Noi gringos siamo facili da riconoscere davanti a un banchetto allestito con foglie di coca, tazze e acqua calda: siamo quelli che si guardano intorno furtivi, prima di inzuppare le foglie con fare circospetto – come se la polizia dovesse sbucare da un momento all’altro. Sussurrate all’orecchio di un compagno di viaggio con tono cospiratore, non è difficile sbirciare conversazioni come questa: «Ma tu quante foglie hai messo in quella tazza? Io questa volta ho esagerato… ben sette!»

Mate de coca, Patuasi, Perù

  • Le foglie e il mate de coca
    Ricchissima di calcio e depositaria di un milione di portentose proprietà vere o presunte, in Perù e in particolare nella zona andina, la foglia di coca è consumata quotidianamente da millenni. Le foglie sbriciolate o le bustine per l’infusione, specie da una certa quota in su, si trovano praticamente ovunque: nei punti ristoro degli hotel, che la propongono anche a colazione o dopo pranzo e cena, nei bar, nei negozietti, nei mercati. Legalissima e utilizzata con molta disinvoltura, specie per combattere i disagi dell’altitudine, si può trovare anche insieme ad altre erbe andine ricche di omega 3 e antiossidanti come la menta di montagna (muña) in the caldi – i mate, appunto – realizzati con intere porzioni di ramoscelli, rametti e foglie all’interno del bicchiere o della tazza.
  • I cani poliziotto addestrati a fiutare la frutta
    In Perù i cani poliziotto all’aeroporto sono addestrati a cercare frutta e verdura. Sembra una battuta, ma non lo è. Mentre, per fare un esempio, viaggiare con una confezione di mate de coca è perfettamente legale, esistono leggi molto severe per proteggere dal rischio di contaminazione la biodiversità degli infiniti microclimi peruviani. Perciò, se viaggi con un paio di mandarini, anche se sono per uso personale, ti conviene assumerli prima di passare dal check-in.

Non so ancora esattamente cosa aspettarmi, da questa tappa. Anche se la Riserva Nazionale di Salinas y Agua Blanca viene magnificata in ogni guida, in ogni catalogo e in ogni brochure plastificata e prontamente esibita nelle hall di ogni hotel, la parte meno fiduciosa di me si ostina a credere che la giornata di oggi non sia molto più che un semplice trasferimento, in vista del grande giorno di domani, in cui forse riuscirò a realizzare il mio sogno di bambino e avrò la possibilità di osservare un condor delle Ande in piume e ossa. Ma alla prima vigogna che attraversa la strada in un paesaggio grafico e astratto come forse non sarei stato nemmeno in grado di sognare, anche la parte meno fiduciosa di me ha un sussulto.

Vigogna, Ande, Perù

Il resto del percorso è un lirico susseguirsi di epifanie: alpaca, lama e un’infinità di specie di uccelli che non avevo mai osservato prima entrano in scena come attori in un palcoscenico di terra rossa, gialla, verde e viola.

Lama, Pampas de Toccra, Chiway, Perù

Nella pampa di Toccra gli spiriti dei venti, dei vulcani e delle piogge hanno lavorato con pazienza e meticolosità, levigando, limando e smussando con cura tutto quanto non fosse strettamente necessario: nessun artificio, nessun orpello, nessuna concessione ad alberi altezzosi e velleitari o a esuberanti formazioni rocciose sempre pronte a prendersi la scena.

Vigogne, Ande, Perù

Orizzonti perfetti, linee parallele dai colori piatti e netti e i triangoli viola dei vulcani: miliardi di anni di lavoro a togliere, perché lo spirito della madre terra potesse emergere nudo, potente e assoluto, senza nessun ostacolo a limitarne la magnificenza.

Vigogna e vulcano, Ande, Perù

Non saprei dire, davvero, se il fiato mi manca a causa del soroche, o per tutta questa meraviglia che non ho abbastanza spazio per contenere nelle retine e nel cuore. Mi sorprendo con la testa poggiata al finestrino e gli occhi un po’ lucidi, a pensare a quanta immensa fortuna ho a poter essere qui, oggi. Forse è la mancanza di ossigeno che detta questi pensieri, forse al contrario è una superlucidità.

Oche delle Ande, Pampa de Toccra, Perù

  • Vigogna, lama, alpaca e guanaco
    Sono i quattro camelidi del Sud America, tutti presenti in Perù. Ecco qualche informazione e qualche dritta per distinguerli:
    Le alpaca sembrano docili pecorone soffici con giusto il collo un poco più pronunciato. Si possono allevare per la lana di ottima qualità e per la carne saporita.
    Il lama è il più celebre tra i quattro cugini: anch’esso allevabile, è suscettibile, testardo e battagliero – negli Stati Uniti lo utilizzano a volte in luogo dei cani da guardia per proteggere altri greggi – e sempre pronto a sputare a chiunque lo infastidisca.
    La vigogna è selvatica e non si può allevare. In passato oggetto di sterminio indiscriminato e oggi finalmente protetta, somiglia a un lama con il collo storto. (A me, più che un camelide, ricorda una gazzella lanosa). La sua pregiatissima e costosissima lana, paragonabile per qualità a quella del cachemire e prerogativa dei sovrani già al tempo degli Incas, si può ricavare pochissime volte l’anno, solo in condizioni regolamentate.
    Il guanaco, selvaggio ed elusivo, è come il settimo nano o il settimo re di Roma. Nessuno se lo ricorda mai e tutte le volte che crederai di averlo avvistato, ti diranno che era un lama o una vigogna.

Se si chiama Chivay, è perché non puoi non andarci. È un villaggio di montagna colorato, chiassoso, allegro e sempre in evoluzione, con l’aria da approdo di frontiera, dove chiunque in questa parte di valle finisce prima o poi per transitare.

La piazza, felicemente incompiuta, è dominata da una piccola cattedrale in pietra bianca che non riesce del tutto a dissimulare un aspetto da tempio dedicato agli dei delle Ande, mentre il resto dell’abitato è costellato da statue estremamente realiste, che ritraggono maschere tipiche di balli tradizionali e appaiano come anarchici spiriti pagani del divertimento.

Cattedrale di Chiway, Perù

Il mercato coperto è un bazar brulicante dove trovare qualsiasi mercanzia: dalle batterie per un telecomando a prodotti per la medicina naturale, da dvd a manicaretti caldi e invitanti. C’è persino un barbiere con l’immancabile pin up appicciata al bancone, ma esposta alla vista di tutti.

Devo ammettere che mi spiace un po’, quando scopriamo che il luogo dove dormiremo è fuori da questo paese, in cui mi sarebbe piaciuto spendere ancora qualche ora. Ma quando ci ritroviamo, letteralmente, dentro la gola del canyon, con una vista mozzafiato sulle rupi sorvolate dai rapaci all’imbrunire, mi rendo conto che non posso davvero chiedere di meglio. È forse la struttura più fantastica in cui abbiamo alloggiato in questo viaggio. E poi c’è un angolo ristoro con foglie di coca e acqua bollente, per rinfrancare mente e corpo. Del resto ci troviamo a 3.600 metri e qui stanotte la temperatura scenderà intorno agli zero gradi.

Hotel nel Canyon del Colca, Chiway, Perù


GIORNO 7 – IL VOLO DEI CONDOR, IL CANYON DEL COLCA E IL CUORE IN GOLA.

Sveglia alle cinque con il gelo che ci attende fuori dalle spessa coltre di coperte e un inaspettato cerchio alla testa, evidente regalo dell’altitudine. Ma ho troppa adrenalina e aspettativa per dare peso a questi dettagli. Presto, molto presto, saremo alla Cruz del Condor, dove se gli Apu del Canyon del Colca mi giudicheranno meritevole, potrò veder planare tra le rocce il dio di queste terre: in modo simile ad Anubi per gli egiziani, il condor nella mitologia Inca aveva il compito di portare le anime dei morti al Sole, da dove in seguito sarebbero rinati per completare il ciclo vitale.

Canyon del Colca, Perù

Arranchiamo su di una scenografica striscia di terra battuta, che si divincola tra baratri senza fine e rocce taglienti e appuntite. A pochi centimetri dalle ruote che schiacciano sassolini croccanti, emanando un’aura di sabbia e polvere, scorrono gole spaventose, colonizzate da milioni di terrazzamenti verdi e gialli, che sin dai tempi delle popolazioni precolombiane hanno permesso di creare microclimi adatti a coltivare cereali persino a queste quote. Eppure, un po’ per il soroche, un po’ per il mio stato di fibrillazione, non riesco a concentrarmi del tutto sugli straordinari scenari di questo canyon, dove nasce nientemeno che il leggendario Rio delle Amazzoni.

Canyon del Colca, Perù

Con la mente e il cuore fissi al mio obiettivo di penne e artigli, quasi non sento Karina che ci racconta di impianti minerari di origine spagnola che proseguono ancora la propria attività, importanti opere di canalizzazione delle acque che hanno permesso di rendere fertile il deserto di Arequipa, dove ha sede la più importante azienda casearia peruviana, e di comunità scoperte solo negli anni Settanta, che ancora vivono qui secondo pratiche di sussistenza e baratto e tradizioni che si perdono nel tempo, come la convivenza biennale obbligata prima del matrimonio insieme alla mamma di lei (in effetti come prova d’amore appare alquanto seria).

Canyon del Colca, Perù

  • Il tirocinio medico e le comunità tradizionali
    Un’interessante legge peruviana, con un forte impatto sociale, impone a tutti i laureati in medicina di compiere un tirocinio per una delle numerose comunità tradizionali del Perù, prima di poter esercitare ufficialmente la professione. Questo, negli anni, ha permesso anche a villaggi sperduti tra le gole delle Ande, di accedere a un servizio medico di base.022_COLCA_1.jpg

Ed eccola, la Cruz del Condor, la rupe dalla quale prendono il volo i signori delle correnti. Mentre scendo dal mezzo un po’ scoraggiato, a causa del piccolo capannello di turisti che già si accalcano sul ciglio del precipizio, Karina mi indica un luogo, assicurandomi che è un ottimo posto di avvistamento.

Cruz del Condor, Canyon del Colca, Perù

Non faccio in tempo a ringraziarla, e il cuore mi si è già fermato. Tre condor salgono dalla rupe silenziosi come anime, senza compiere un singolo battito d’ala. Sono incredibilmente vicini, molto più di quanto osassi sognare. E mentre la folla urla e schiamazza frenetica, ho persino il tempo di estrarre la mia piccola macchina fotografica e tentare di ottenere il massimo possibile.

The Condor Family, Cruz del Condor, Canyon del Colca, Perù

Credo di non aver parlato per le successive due ore, concentrandomi sull’idea di essere totalmente presente, di sentire con tutto me stesso di essere alla presenza dei condor.

Condor delle Ande, Cruz del Condor, Colca Canyon, Perù

Non so quante volte ho ringraziato gli spiriti del canyon mentre scattavo poche, striminzite fotografie con la mia piccola Samsung. Per il resto, ho cercato di riempire gli occhi di immagini che si imprimessero ben dentro le retine e poi ancora più in profondità, fino alla gola e giù ancora a conficcarsi per sempre nel cuore.

Condor nel Canyon del Colca, Perù

Potrei nobilitare il mio stupore ebete ammantandolo di consapevolezza posticcia, relativa al fatto che in tutto il pianeta pare che i condor non raggiungano i 10.000 esemplari, e che chiunque sano di mente dovrebbe comprendere il privilegio di avvistarne uno. O raccontarmi che parte del suo fascino risieda nella sua importanza simbolica, per tutte le civiltà del Perù.

El Condor pasa, Cruz del Condor, Canyon del Colca, Perù

La verità, riguardo a quei momenti, è che – un po’ come è accaduto per le linee Nazca, ma con un impatto emotivo infinitamente più intenso – per me è stato sentire che un grande cerchio, iniziato moltissimi anni fa, si stava chiudendo dentro di me; un cerchio che non mi sarei mai aspettato si sarebbe chiuso. È stato esattamente come cavalcare un drago, o pilotare Voltron, che in quegli anni era il mio robot preferito. Vedere un condor volare da vicino era stato un desiderio allo stesso livello di energia, una di quelle fantasticherie che affidi a una stella cadente, da bambino, sapendo che tanto non si avvererà mai: uno di quei vagheggiamenti che tieni aperti, pur sapendo che sarà molto improbabile che, per esempio, un giorno ti capiterà di conoscere un marziano. In effetti, adesso che ho assistito alle planate dei condor, non lo troverei nemmeno più così impossibile.

E poi, mentre già siamo sulla via del rientro, accade un altro miracolo: il nostro pilota scorge qualcosa tra le rocce. Procede a passo d’uomo e riesce ad avvicinarsi a  un giovane esemplare, appollaiato su di un carcassa bovina. È vicinissimo, a forse meno di venti metri da noi. Sospetto che la carogna sia stata trascinata qui a beneficio dei turisti, sperando proprio che potesse attrarre un condor, ma non è il momento per badare a queste cose, e fingo di non rendermene conto.

Concodor a colazione, Cruz del Condor, Canyon del Colca, Perù

Non ricordo nulla del lunghissimo viaggio fino a Puno, a parte una sosta al microscopico villaggio di Maca, con una chiesa in pietra nera dipinta di bianco e rosa e un anziano che sbancava i turisti a forza di monetine, proponendo fotografie con un grosso esemplare di aquila cilena, che si dice abbia salvato da una trappola.

Canyon del Colca, Perù

Non amo questo modo di utilizzare gli animali, ma come avrei potuto tirarmi indietro? Ed eccomi, reduce dall’esperienza con i condor, con una corpulenta aquila cilena sulla testa.

Aquila chilena delle Ande, Canyon del Colca, Perù


GIORNO 8 – LAGO TITICACA, UROS, ISOLA DI TAQUILE E RIENTRO A PUNO

Approdiamo verso sera a Puno, troppo stanchi e malconci a causa dei dislivelli affrontati, per immergerci nel caos contagioso di questa città di frontiera senza una forma definita, in cui le case sembrano spuntare a mazzi dal giorno alla notte, come funghi dal sottobosco. È un vero porto di terra al confine tra tutto, Puno: da una parte la vicinissima Bolivia, da dove giungono tonnellate di merci di contrabbando, dall’altra lo sconfinato Titicaca, il lago navigabile più elevato al mondo – così amano dire da queste parti – che appare davvero come un mare interno.

Porto sul lago Titicaca, Puno, Perù

Salutiamo a malincuore Karina: il suo compito termina qui e domani sarà il turno di una nuova guida. Accolti con un alcolicissimo Pisco Sour, per una volta ceniamo rilassati in hotel, godendoci la scenografia delle mille luci accese sulla baia. Il sole mattutino si presenta fuori dall’ampia finestra sul lago in un battito di ciglia e alle sette e trenta siamo già in direzione del porto. Insieme a Roger, un appassionato studioso e divulgatore di usi e costumi tradizionali, salpiamo verso le isole degli Uros, gli ultimi discendenti di un’etnia che vive su funamboliche isole flottanti, interamente costruite di giunchi Totora: gli stessi giunchi che utilizzano sia come cibo, sia per creare utensili, abitazioni, oggetti di artigianato e le tipiche imbarcazioni.

SAMSUNG CAMERA PICTURES

Poggiare i piedi su questo suolo soffice ed eternamente ciondolante, è un’esperienza al limite del verosimile. È solo dopo un’esaustiva chiacchierata con la nostra guida Roger – che ci mostra come vengono costruite le isole, ammonticchiando e legando insieme grossi blocchi di fondale, resi compatti dalle intricate radici dei giunchi – che inizio ad accettare la possibilità di trovarmi in un luogo reale.

Uros, Lago Titicaca, Perù

Scacciati dai monti nativi al tempo degli Inca, gli Uros si rifugiarono sulle rive del Titicaca, per poi inventarsi questa folle civiltà galleggiante, interamente basata sui giunchi che infestano le acque del lago. Probabilmente, ci spiega Roger che li studia da anni, queste saranno le ultime generazioni Uros a conservare un barlume di autenticità: i figli oramai frequentano le scuole di Puno e anche molti degli anziani passano diverso tempo a mercanteggiare sulla terraferma, contaminati dalla modernità e da usi e costumi totalmente incongruenti alle proprie tradizioni.

Manufatti d'arte Uros, lago Titicaca, Perù

Già oggi la civiltà Uros somiglia innegabilmente a una sorta di museo vivente, in cui gli abitanti esibiscono un corpus di tradizioni a favore di turista, in modo – e chi può criticarli? – da racimolare qualche soldo e vivere con qualche agio in più. In fondo, quali presuntuosi diritti si potrebbero mai vantare, per pretendere che restino incontaminati e refrattari ai nostri stessi stili di vita? Tra gli innegabili vantaggi della modernità, per esempio, ci sono i curiosi pannelli solari, che spuntano alieni da ogni singola capanna: fu un’idea del presidente-dittatore Alberto Fujimori, che scongiurò gli innumerevoli e tragici incendi dovuti a una precaria illuminazione a candele, che incenerivano letteralmente intere isole di giunco.

Isola degli Uros, lago Titicaca, Perù

Tre donne Uros ci salutano – un po’ a sorpresa – con un canto tradizionale in più lingue: spagnolo, quechua e aymara, molto diffuso tra questi abitanti, che hanno oramai perduto per sempre il loro idioma originale. Colto alla sprovvista, riesco maldestramente a rubacchiare solo pochi stralci in lingua spagnola, ma sarebbe fuori luogo chiedere il bis e non mi resta che accontentarmi.

Poco dopo siamo di nuovo immersi nel nostro solido universo, con i fondoschiena poggiati sulla rassicurante plastica della nave a motore e un vetro appannato a separarci da questa realtà parallela, che scorre via lontana, fino a dissolversi come un sogno, o forse un miraggio nel deserto blu del Titicaca. Durante la lunga cavalcata acquatica verso l’Isola di Taquile, scopriamo che i peruviani si divertono a canzonare i boliviani, con cui dividono il controllo del lago, sostenendo che la parte Titi sia quella del Perù, mentre alla Bolivia spetti solo la caca.

Arco dell'Isola di Taquile, lago Titicaca, Perù

È un piccolo paradiso terrestre, quest’isola dove approdò l’ancestrale civiltà di Tiahuanaco. Costituitasi come una sorta di collettivo socialista totale – qui la proprietà privata non esiste – la popolazione di Taquile  fonda l’intera esistenza su un concetto di mutualità assoluto, basato su tre regole fondamentali: non mentire, non rubare, non oziare.

Lo stato peruviano tutela questa collettività, riconosciuta patrimonio dell’Unesco, e consente agli isolani ampi margini di autogoverno: il sindaco dell’isola, per esempio, è obbligato da antiche tradizioni ad aggiornare settimanalmente gli abitanti sul proprio operato.

Peruvian People, Isla de Taquile, lago Titicaca, Perù

L’altra faccia della medaglia di questa utopia realizzata è l’impossibilità di concepire la privacy e l’idea di diversità. Un sistema di copricapi e cinture dichiara a tutti, in ogni momento, se si è single o sposati, e quali sono gli eventi salienti della vita coniugale.

Isla De Taquile, Puno, Perù con vista sulla Bolivia

Mangiamo una profumata zuppa di quinoa e un’ottima trota di lago arrostita, e dopo un ballo tradizionale a cui siamo invitati a partecipare, salpiamo di nuovo verso Puno.

Ballo tradizionale, Isla de Taquile, lago Titicaca, Perù

Un giro in città, per godersi le sue atmosfere vagamente anarchiche, il tempo di una cena veloce e qualche scatto fotografico, e siamo di nuovo in hotel.

 

FINE SECONDA PARTE.
Prosegui il viaggio fino al Machu Picchu, passando per il tempio di Wiracocha e il sito archeologico di Ollantaytambo.

Un mio articolo sul Perù, sulla rivista InNatura
Puoi leggere gratuitamente l’articolo integrale I mille El Dorado del Perù pubblicato sulla rivista InNatura sul sito della rivista.

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5 pensieri su “Appunti di viaggio in Perù – Parte 2, da Arequipa a Puno.

  1. Ciao complimenti per il tuo bellissimo resoconto!!
    Mi è proprio piaciuto, bravo! 🙂
    Ascolta avrei bisogno di informazioni sullo spostamento chivay-puno… tu a che compagnia ti sei affidato? Grazie mille;)

    Mi piace

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