Macchu Picchu, vista laterale

Appunti di viaggio in Perù – Parte 3, da Puno a Machu Picchu.

Segue da: Appunti di Viaggio in Perù – Parte 2, da Arequipa a Puno.

 

GIORNO 9 – UNA LUNGA, LUNGA STORIA (CON FINALE A SORPRESA).

Ultima sveglia sul lago Titicaca. Come da programma, il lungo trasferimento fino a Cusco, intervallato da una serie di tappe prestabilite, avverrà su di un imponente bus turistico di linea, stipato di esseri umani di ogni provenienza ed età. Non è certo quello che si dice un viaggio esclusivo, ma non appena il pilota risveglia il leviatano su ruote e la caotica stazione inizia a rimpicciolire dietro di noi, sento risuonare antichi echi di letture adolescenziali con tanta polvere, asfalto, droghe e autobus marchiati con lo stemma di un levriero. In luogo dell’arcinoto Greyhound, il nostro viaggio on the road si svolgerà sotto la protezione di un severo guerriero Inca, il cui profilo sintetizzato campeggia sui poggiatesta di ogni coprisedile.

Alba sul lago Titicaca, Puno, Perù

  • Bus Vs Treno Vs Aereo
    Maria, la preparatissima guida che ci ha accompagnato da Lima sino ad Arequipa, ci ha spiegato che il bus è il mezzo di gran lunga più utilizzato dai peruviani, per coprire grandi distanze. Se da una parte i treni sono in generale piuttosto lenti e compiono troppe fermate, dall’altra gli aerei hanno costi troppo elevati e vengono usati per lo più dai turisti.

    In autobus da Puno a Cosco, Perù

Dopo chilometri di periferie, campi e villaggi in cui avrei tanta voglia di trascorrere almeno un po’ di tempo, il piccolo Museo Litico di Pukarà rappresenta la prima sosta di questa lunga giornata. Gli spazi espositivi si organizzano intorno al cortile interno e presentano sculture preincaiche, tra cui la spaventosa statua dedicata al feroce decapitatore, che regge una testa tra le mani. Un vero incubo di pietra, al centro di un’area rosso sangue, delimitata da transenne bianche che sembrano corde di un ring: più che proteggere il reperto dai visitatori, l’impressione è che debbano confinare la sua energia, per salvaguardare i visitatori da lui.

Il decapitatore, Museo di Pukara, Perù

Siamo ancora tutti con il muso all’insù, a frugare con lo sguardo tra i tetti in cerca dei celebri toritos in ceramica che da secoli caratterizzano questa città e l’intera ragione, quando veniamo richiamati all’ordine. È già ora di rimettersi in marcia.

Toritos de Pukara, Perù

È un po’ snervante osservare il fantasioso carosello di fattorie e pittoreschi villaggi da far west, con botteghe affastellate di prodotti, bancarelle sgangherate e locali sghembi che promettono ottimo caldo de gallina, andare in scena nello schermo del mio finestrino, senza avere alcuna possibilità di schiacciare il tasto pausa e interagire. A intervalli di pochi minuti mi accorgo di formulare incessantemente lo stesso pensiero: Qui mi ci fermerei proprio, Qui mi ci fermerei proprio, Qui mi ci fermerei proprio, fino a quando non arriva l’ora di pranzo. Nel pomeriggio facciamo tappa a Raqchi, dove sorge uno dei siti archeologici più importanti di questa regione: l’imponente tempio Inca dedicato al dio Wiracocha, i cui ruderi mi appaiono come lettere cubitali di un enigmatico alfabeto scritto dai venti, dalle piogge e dal tempo, per custodire segreti che ancora non è dato all’uomo conoscere.

Tempio di Wiracochia, Raqchi, Perù

Il resto della giornata si trascina tra una sosta al ponte Inca, su cui – come gli elefanti della filastrocca – ci divertiamo a dondolare per un po’, sospesi forse a una decina di metri al di sopra di un fiumiciattolo, e una visita a quella che – con giusto un pizzico di presunzione – viene definita “La Cappella Sistina delle Ande”.

Ponte Inca sospeso, Perù

Dietro la facciata della chiesa di San Pedro – tutto sommato piuttosto sobria  – si cela una rapsodia di decori esuberanti, dipinti, arazzi sgargianti e minuziose lavorazioni manieriste, che purtroppo non è possibile fotografare. Per molti si tratta di una delle chiese più strabilianti di tutto il Perù. Personalmente, a questi fuochi artificiali preferisco senza dubbio le mistiche atmosfere delle chiese sincretiche di Arequipa.

San Pedro, La Cappella Sistina della Ande, Perù

Addossato alla cappella, un microscopio museo espone – oltre a cibi e bevande tipiche del periodo Inca, come la chicha ottenuta dalla fermentazione del mais – alcuni teschi deformati e perforati, cavalcando pericolosamente il fascino a buon mercato di astruse teorie legate a fantomatiche popolazioni aliene, che dalle nostre parti fanno la fortuna di trasmissioni come Voyager o Mistero.

Crani deformati, Perù

Mentre un affascinante portale Inca dipinto dalla luce aranciata del tramonto sfila via oltre una curva, senza che ci venga data la possibilità di dare anche solo una sbirciata, non posso fare a meno di pensare che l’intera giornata di oggi non sia stata altro che un frustrante balletto fuori tempo tra corpo e mente: ogni volta che la mia mente avrebbe voluto fermarsi da qualche parte, il corpo era sempre in viaggio. Al contrario, quando il mio corpo sostava in una tappa programmata, la mente vagava altrove, danzando in tutti gli scenari che avrebbe preferito visitare.

San Pedro, Peru

Entrati a Cusco, vero ombelico e capitale del mondo Inca, mi consolo dalla frustrazione immaginandomi già immerso nelle eccitanti atmosfere di una serata trascorsa tra le divertenti e chiassose vie del centro. Ma non ho fatto i conti con la severità che gli antichi dei hanno sempre dimostrato verso chi non è loro riconoscente. Come una saetta scagliataci dal cielo, una notizia destabilizza tutti i nostri piani: a causa di una manifestazione che domani paralizzerà l’intera valle, partiremo per Ollantaytambo alle tre di questa notte, saltando a piedi pari le altre tappe in programma. Non ci sono alternative, se non vogliamo correre il serio pericolo di non riuscire nemmeno a visitare Machu Picchu.

SAMSUNG CAMERA PICTURES

Doccia interminabile per lavar via polvere e delusioni, e foto alla vista della camera, con un misterioso Cristo Redentore che sembra levitare sulla città. Non resta che tentare di riposare almeno qualche ora, dopo aver ricontrollato che la sveglia sia correttamente puntata sulle due e un quarto della mattina. Prima di addormentarmi mi domando a quale divinità dovrei chiedere scusa per la mia insofferenza di oggi: ma prima che possa darmi una risposta sono già sprofondato nel canyon del sonno.

Cristo Blanco di Cusco, Perù


GIORNO 10 – IL TEMPIO DI OLLANTAYTAMBO E LA CITTADINA DI AGUAS CALIENTE. MACHU PICCHU, STIAMO ARRIVANDO!

Il risveglio è tragico, ma lasciare Cusco di soppiatto, in piena notte, e arrampicarsi su per una polverosa cavedagna tutta terra e buche aggirando il blocco dei manifestanti, ha il sapore inequivocabile dell’avventura e questo basta per mettere in moto un po’ di buona adrenalina, che riesce a tenermi sveglio sino all’arrivo nella cittadina di Ollantaytambo.

  • Ollanta y Tambo. In nome dell’accoglienza.
    Il nome di Ollantaytambo, specie per noi italiani, è un vero scioglilingua. Gli abitanti della valle generalmente chiamano la cittadina semplicemente Ollanta (pronunciando all’incirca Ojanta). La desinenza Tambo, che si ritrova in diversi altri toponimi di queste terre, in lingua quechua indica un “luogo di riposo”. Questa, ci ha spiegato la nostra guida Carlos, era la funzione di Ollantaytambo, un importante sito amministrativo, ma anche un luogo di approdo per tutti i viaggiatori che giungevano dalla valle. In un modo o nell’altro, questa tradizione di accoglienza, scritta nelle radici di Ollanta, si è perpetrata durante i secoli ed è giunta sino a noi. La cittadina, tappa quasi obbligata per Machu Picchu, ospita ogni giorno migliaia di persone provenienti da ogni parte del pianeta.

    Tambo, luogo di riposo

Durante una lunga e rinfrancante colazione che fa da spartiacque ideale tra la notte e l’alba, Carlos risponde alle nostre domande, spiegandoci le ragioni della manifestazione che ha bloccato la vallata: i soli treni di collegamento tra i paesi sono destinati al pubblico turistico e presentano prezzi semplicemente proibitivi per gli abitanti, che vengono tagliati fuori dal servizio trasporti. Inoltre, come riportato anche dalla Lonely Planet, esiste un problema sistematico: da anni gli abitanti protestano contro lo sfruttamento di queste terre, che ogni giorno vengono invase da tonnellate di esseri umani che praticano un turismo usa e getta, perché di norma transitano qui in giornata per poi recarsi a Machu Picchu. In sintesi, i disagi del traffico, i danni dello smog che sta già intaccando i monumenti e lo snaturamento di villaggi che fino a un paio di generazioni fa erano tranquille comunità montane, non sono bilanciati dai vantaggi economici che in altri luoghi ha portato il turismo. Ed ecco che, da vittima dei capricci divini, inizio a sentirmi carnefice involontario. Anche a questo serve viaggiare: a comprendere sfaccettature e accettare prospettive differenti dalla propria.

Inca Rail, Ollantaytambo, Peru

Siamo ufficialmente i primi turisti del giorno a entrare nel sito archeologico di Ollanta, ammantato dal chiarore ancora vagamente rosato di un fresco sole montano, che ha appena deciso di fare un pezzetto di strada insieme a noi, dal momento che a quanto pare dobbiamo tutti procedere verso l’alto.

Ollantaytambo, Cusco, Peru

Qui, tra queste pietre, i conquistadores subirono l’unica, grande sconfitta nella guerra per il possesso dell’impero Inca, che se forse non ha avuto significativi risvolti strategici, possiede ancora oggi un enorme peso simbolico per l’identità di queste terre.

Ollantaytambo, Cusco, Peru

Salire verso la vetta è anche uno scendere sempre più in profondità: Carlos ci aiuta, gradino dopo gradino, terrazzamento dopo terrazzamento, a immergerci all’interno dei segreti custoditi dalle pietre, ancora perfettamente allineate, tracciando schemi sul terreno che hanno l’aspetto di antichi mandala.

Mura a secco di Ollantaytambo

Lontani, in controluce, si scorgono tra le rocce del monte antistante i due profili umani che indicavano solstizi ed equinozi e per molti anni hanno scandito i tempi dei rituali e del lavoro per tutti gli abitanti di Ollantaytambo.

Carlos parla un italiano essenziale ma incredibilmente evocativo: le sue frasi dirette e suggestive arrivano alle orecchie come rivelazioni sibilline e ogni elemento che ci indica sembra illuminarsi, come portato in scena dall’energia della sua attenzione. Guadagnare la sommità del sito, dove erano custodite le stanze più segrete e inaccessibili, è un’esperienza che sa di iniziazione.

Solo una volta giunti qui, al cospetto delle enormi pietre che si stagliano davanti ai nostri occhi, Carlos ci svela il senso autentico del Chakana, la croce andina che si ritrova, in forme diverse, su molti dei monumenti Inca.

Chakana sui monoliti di Ollantaytambo, Peru

  • Chakana, il ciclo della vita.
    • I quattro bracci del Chakana indicano i punti cardinali e le fasi della vita: nascita, crescita, invecchiamento, morte. Essendo una figura chiusa, con un cerchio all’interno, allude all’eterno ripetersi del ciclo.
    • I dodici angoli rappresentano i mesi dell’anno.
    • I tre angoli di ogni braccio sono i tre livelli di esistenza: quello divino (Condor), quello umano (Puma), quello dei morti (Serpente). I tre mondi, inscritti nel cerchio, sono eternamente in comunicazione tra loro.

    Chacana o Croce Andina

Prima di pranzo abbiamo il tempo di avventurarci alla scoperta delle suggestive rovine dei granai, abbarbicate come capre di montagna sulle ripide pareti del monte caratterizzato dai volti di roccia: gli Inca scelsero questa posizione per tenere il prezioso mais al riparo da animali, allagamenti e nemici. A differenza degli edifici sacri, realizzati con pietre a secco perfettamente levigate, questi capienti magazzini vennero costruiti con malta e intonaco, di cui restano ancora tracce evidenti.

Magazzini e granai, Ollantaytambo, Peru

Dalla vallata, dove i secoli sembrano mescolarsi e ingarbugliarsi tra loro, dandosi ai nostri occhi tutti insieme, risuonano lontani i tamburi e gli slogan dei dimostranti, che l’altitudine filtra e distilla, tanto che potrebbero essere scambiati per canti sacri in un imprecisato giorno di festa del sedicesimo secolo, o forse per gli echi dello scontro epico, che vide capitolare gli spagnoli.

Città e tempio, Magazzini e granai, Ollantaytambo, Peru

In attesa del treno che ci condurrà ad Aguas Calientes, la cittadina che funge da campo base per Machu Picchu, trascorriamo qualche ora di puro relax, che rinsalda il gruppo e rinfranca gli animi dopo la sgangherata e sfibrante giornata di ieri. Godendoci un rigoglioso e curatissimo giardino circondato da vette rocciose, sperimentiamo su noi stessi la naturale vocazione ad essere un Tambo, della cittadina di Ollanta. Con l’aiuto di Carlos, riesco persino a rubare un istante di vita a un colibrì, indaffarato ad affondare il becco tra i fiori succosi. È completamente differente dal primo che osservai a Lima ed è forse un secondo indizio, un segno per indicarmi che ora sono pronto a proseguire fino al cuore di questa terra.

Colibrì, Perù

Lasciandosi alle spalle i campi e gli ultimi segni di presenza umana, il treno con tetto panoramico si insinua sferragliando tra una vegetazione che si fa via via più fitta e intricata, avamposto della Foresta Amazzonica, pronta a spalancarsi appena dietro al profilo scenografico del Machu Picchu.

Inca trail Macchu Picchu, Perù

È ormai buio quando raggiungiamo Aguas Calientes, il cui impatto per me è sconcertante. Da una parte il chiasso vivace e positivo, l’onda di energia potente e spensierata di migliaia di sconosciuti che si riversano qui da ogni parte del mondo, eccitati per l’avventura che li attende. Dall’altra lo sconforto: epilettiche insegne al neon, pietre posticce in cartapesta e statue malriuscite di guerrieri inca che prostituiscono ai turisti l’identità, la cultura e la storia secolare di questi luoghi.

Aguas Calientes

Aguas Caliente è una Milano Marittima scaraventata per scherzo, in una notte, a una spanna da Machu Picchu. Un distopico outlet della cultura Inca, un parco divertimenti dove tutto è plastica, svilimento e scenografia posticcia. Ti senti allo stesso tempo a due passi, eppure infinitamente lontano da Mucchu Picchu,  e ti si stringe il cuore nel constatare che il centro abitato più vicino all’ombelico profondo e autentico del Perù, rappresenti l’esatto opposto: una colonia sistematicamente sottomessa a noi turisti conquistadores, che ogni giorno, tutti i giorni, invadiamo queste terre esportando ingombranti stili di vita e acquistando pezzetti colorati di esperienze a buon mercato, contribuendo alla grande svendita di un’identità.

Aguas Calientes

Si materializza davanti ai miei occhi un cane nudo peruviano, solitario e un poco inquietante a dire il vero. È troppo buio per una foto decente, ne esce uno scatto mosso e fuori fuoco che ricorda gli avvistamenti del Chupacabras. È forse l’ultimo baluardo di autenticità  in questa assurda Las Vegas delle Ande, e sembra disorientato almeno quanto me. Eppure, è nei suoi occhi malinconici che vedo chiaramente il senso preciso di Aguas Calientes. È la Città-Sfinge, la porta presidiata dal Guardiano di Soglia: se esiste, è per inchiodarti alle tue responsabilità di turista e obbligarti a scrutare a fondo la motivazione del tuo viaggio, prima di proseguire.

Cane nudo peruviano

Se il Perù che desideri è un pacchetto in stile menù da fast food, con giusto un po’ di esperienze etniche condite da qualche brivido d’avventura che non metta mai in discussione le tue sicurezze, lo troverai facilmente: ti si presenterà davanti agli occhi festante e pieno di colori sgargianti, in forma di guanti peruviani ma cinesi, guerrieri di plastica da abbracciare per un selfie e tanti souvenir di Machu Picchu made in Taiwan. Quando infine te ne andrai, devi essere consapevole che è questo Perù, quello che avrai contribuito a far proliferare.

Aguas Calientes

Se invece cerchi qualcosa che apra un’altra porta dentro di te, per aiutarti a scavare un poco più in profondità, dovrai faticare, disorientarti magari, essere disposto a confrontarti con la diversità e a rovistare sempre oltre quello che appare. Soprattutto, dovrai essere pronto a darti, a restituire qualcosa di tuo agli dei, alla valle, ai monumenti, ai siti e agli abitanti. È con questa domanda, che si chiude la mia giornata di oggi: Che cosa ho da lasciare, in cambio di quello che cerco?

Aguas Calientes


GIORNO 11 – IL MACHU PICCHU È LA SCALATA CHE FAI PER RAGGIUNGERLO.  

Rapida colazione alle cinque e via, di corsa tra le stradine di un’Aguas Calientes finalmente sopportabile – senza più ressa né assurde luci multicolori – verso la stazione degli autobus… che purtroppo è già presa d’assalto da un esercito di agguerriti backpackers di ogni età e provenienza, diligentemente disposti in una fila interminabile. La guida che ci accompagna calcola a occhio un paio di ore di attesa. Dal nostro gruppo si leva una voce: «Chi ha voglia di farsela a piedi?». È Claudio, che non sopporta l’idea di restarsene in fila con il cervello, il corpo e la sua inseparabile videocamera spenti per ore. Capisco al volo che la sua domanda è la risposta che cercavo. Quello che posso dare ora, a queste terre, è solo questo. È molto poco, ma è quello che ho: la fatica di salire al Machu Picchu con le sole mie forze, evitando i trasporti turistici e guadagnandomi interiormente il diritto di accedere al sito, per dare un senso vero e mio a questa esperienza. «Siete sicuri di farcela? La salita è lunga e ripida, il dislivello è di 400 metri e a queste quote ci si affatica in fretta» obietta la guida che ci accompagnerà oggi. Non possiamo più tirarci indietro. Claudio, Giulia e io partiamo, sicuri solo in apparenza ma pieni di dubbi già dopo poche centinaia di metri. Fatta eccezione per qualche sporadico incontro, non c’è praticamente anima viva sul nostro cammino. A quanto pare, siamo gli unici in tutta la valle che hanno scelto le gambe in luogo del motore.

Alba, salita al Macchu Picchu

Si dimostra, in effetti, un’interminabile ed estenuante camminata senza nessuno a rassicurarci, né indicazioni relative alle distanze da percorrere. Procediamo passo dopo passo, fermandoci a rifiatare di tanto in tanto e facendoci coraggio a vicenda. «Saremo a metà?» ci domandiamo, ma nessuno di noi ha un’idea della risposta. A un certo punto incontriamo due grossi cani sonnacchiosi, accovacciati in una radura. Passiamo al loro fianco con una certa cautela, ma – speranzosi forse di ottenere qualche coccola e un po’ di cibo da mettere sotto i denti – si dimostrano docili e molto amichevoli. Da qui in poi non ci abbandoneranno sino alla cima, incoraggiandoci e facendoci strada come guide esperte e pazienti, sempre pronti a scodinzolare per tirarci su il morale.

Salita al Macchu Picchu

La luce timida del sole inizia a rischiarare il cammino, sottolineando il profilo di alcuni terrazzamenti non troppo distanti, mentre la crescente eccitazione dei nostri apripista a quattro zampe trasforma il sospetto in conferma: siamo ormai prossimi all’arrivo.

Salita al Macchu Picchu

Ed eccolo, alla fine, il sito di Machu Picchu. I nostri compagni di viaggio, con un tempismo praticamente perfetto, sono appena scesi dall’autobus. Mentre mi metto buono in fila per l’entrata, ascoltando i battiti e il respiro che lentamente tornano regolari, cerco con lo sguardo i nostri amici pelosi, ma non riesco a scorgerli da nessuna parte: ora, in fila tra tutta questa gente, l’idea di essere stato scortato da loro mi pare quasi assurda, un sogno strampalato che non può essere accaduto davvero. Forse i cani non ci sono mai stati, o forse erano spiriti della montagna mandati in nostro soccorso.

Macchu Picchu all'alba, Perù

Pur infestato da una ronzante colonia multicolore di brulicanti insetti umani, che ognuno di noi non vede l’ora di eliminare dalle fotografie con Photoshop – ma perché non ne esiste una versione preventiva, che riconosce ed elimina i turisti già in fase di scatto? – Machu Picchu conserva un impatto visivo incredibilmente scenografico, con i raggi inclinati che bucano le nuvole come fasci di luce che filtrano da una serranda abbassata.

Macchu Picchu all'alba, Perù

Abbracciato, protetto e custodito da vette ricoperte di lussureggiante vegetazione amazzonica – una burrasca verde di cavalloni pietrificati che si estende a perdita d’occhio  – Machu Picchu emerge come la sola traccia di presenza umana entro tutto l’orizzonte visivo ed è contemporaneamente un simbolo, una metafora, oltre che un agglomerato di ruderi da toccare.

Macchu Picchu all'alba, Perù

Descritto alla stregua di un polo scientifico d’avanguardia dalla nostra guida, sembra fosse un vero centro d’eccellenza per lo studo dell’astronomia applicata, i cui avanzamenti sarebbero dovuti risultare determinanti per le sorti dell’agricoltura in tutto l’impero.

Macchu Picchu, casa del custode, Perù

Durante la visita è davvero difficile rimanere concentrati sulle parole della guida, perché gli occhi trascinano la mente e il cuore ora in un angolo, ora nell’altro, mai sazi dello spettacolo che possono godersi e dello stato di pace assoluta che si diffonde ovunque, surclassando l’energia cinetica dei turisti. Non forzo la concentrazione e lascio volentieri che sia il mio corpo a condurmi dove desidera: i miei piedi, le mie gambe, i miei polmoni, i miei sparuti globuli rossi e il mio cuore che ancora palpita un poco per la piccola impresa, hanno trovato un senso proprio all’essere qui, e oggi è questo il senso che voglio ascoltare.

Macchu Picchu da dietro

Prenotata prima di partire, io e Giulia tentiamo anche la scalata al monte che presta il suo nome all’intero sito. Offre scorci interessanti, ma si rivela anche un poco frustrante: la sensazione è quella di allontanarsi troppo dalle rovine per poterne godere pienamente. E dato che il tempo inizia a stringere e le gambe protestano già da un po’ per questi straordinari, rinunciamo alla vetta accontentandoci dei panorami che si schiudono tra gli alberi, di radura in radura.

Macchu Picchu, vista dal monta.

«Siete tra gli ultimi fortunati a poterlo vedere così – sento dire dalla guida – presto le visite interne saranno molto limitate, perché a causa del numero di turisti, il sito sprofonda di qualche centimetro l’anno». Sono le ultime parole che ricordo, mentre visualizzo l’intero sito sprofondare nelle cellule del mio corpo, centimetro dopo centimetro, oltrepassando qualsiasi barriera e legandosi per sempre al mio dna.

Macchu Picchu, vista laterale

È ormai terminato il nostro tempo qui. Rientrati alla base pranziamo in un ristorante surreale e sbalorditivo: costruito ai piedi una rupe, nel bel mezzo di due binari del treno funzionanti, sembra scaturito dall’immaginazione di Miyazaki come scenario per un lungometraggio steam-punk. Infine, con ancora il Machu Picchu negli occhi, nel cuore, nei polmoni, nelle gambe e in ogni fibra del corpo, mi godo una Valle Sacra in particolare stato di grazia, con il sole al tramonto che trasforma ogni metro quadrato nel migliore dei paesaggi possibili. Ma il nostro viaggio non è ancora terminato.


FINE TERZA PARTE
Prosegui il viaggio a Cusco, l’ombelico del mondo Inca, da dove lanciarsi alla scoperta delle Saline di Maras e dei segreti custoditi dal sorprendente sito di cerchi concentrici di Moray.

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4 pensieri su “Appunti di viaggio in Perù – Parte 3, da Puno a Machu Picchu.

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