Città della Arti e delle Scienze e Giardini del Turia, Valencia

Valencia in un weekend: storia e fantascienza del Mediterraneo.

Facile da girare, vicina all’Italia e collegata all’aeroporto con due linee di metropolitana che teletrasportano direttamente in centro. Valencia è una meta ideale per un weekend lungo: noi siamo partiti al venerdì mattina per fare rientro martedì pomeriggio. Quattro giorni intensi e sorprendenti, tra storia e fantascienza, tra un fiume-giardino e architetture ispirate a creature marine, che ci hanno lasciati entusiasti e forse anche un tantino invidiosi per gli abitanti che hanno la fortuna di vivere in questo microcosmo. 

1. Venerdì: atterrare al Mercado Central, decollare sul Micalet.
Partiti alle dieci e quaranta dall’aeroporto un poco dimesso di Bologna, con quell’aria vagamente malinconica che mi ricorda sempre un ospedale di periferia, per l’ora di pranzo stiamo già nuotando tra i gialli vividi, i verdi lucidi, i viola coraggiosi e i rossi accesi del cibo traboccante dai banchi profumati del Mercado Central, che qui giurano essere il più grande mercato coperto d’Europa.

Mercato Coperto di Valencia

Avevamo visitato Barcellona diverse volte e compiuto un viaggio in Andalusia, ma non eravamo ancora mai stati a Valencia. L’impatto è stato sorprendente: dall’aeroporto, collegato con due linee di metropolitana al centro città, in una ventina di minuti ci siamo ritrovati proprio di fronte alla scenografica Stazione del Nord, che sorge accanto alla Plaza De Toros.

Estaciòn del Norte, Valencia

Da qui, in cinque minuti a piedi si è già nel cuore della città. Seduti tra gli abitanti e i turisti che si disputano i gradini del Mercado, da cui si può accedere a una rete wifi che funziona meglio di quella ufficiale della città, assaggiamo olive, empanadillas de pisto e persino un’ostrica acquistata in un banco di pesce a due euro e cinquanta.

Mercato Coperto di Valencia

Poco dopo siamo con il naso all’insù, davanti alle vertiginose colonne tortili della Lonja, un suggestivo esempio di Gotico Valenzano, tra evidenti influenze moresche, enigmatiche penombre e riflessi multicolori che i raggi del sole, attraversando le vetrate, proiettano sulle ampie pavimentazioni a motivi geometrici. Ideata alla fine del Quattrocento come luogo d’elezione per i fiorenti commerci, ma terminata solo nel Diciannovesimo Secolo, oggi la Lonja è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità.

Ci perdiamo tra i vicoli del centro lasciando che siano i piedi e gli occhi a scegliere dove portarci, con la guida infilata nelle profondità più buie dello zaino per impedirle di esercitare troppo potere e dirigere il nostro piacevole vagabondare. Abbiamo un solo riferimento: il bianco campanile della Cattedrale – conosciuto anche con il nome di El Micalet – che gioca a nascondino tra gli i palazzi e i monumenti della città, diffondendo nell’aria un fascino magnetico che infine riesce ad attrarci.

Valencia, scorcio con torre della cattedrale

Una volta raggiunto, ci lanciamo con fin troppo entusiasmo alla conquista della vetta, per scoprire in fretta che si tratta di una lunga e ripida scalata, non certo improba, ma nemmeno da prendere alla leggera.

Cattedrale di Valencia

Arriviamo alla meta con un po’ di affanno – inutile negarlo – ma la vista vale il vago indolenzimento ai quadricipiti e ai polpacci. Dopo essere atterrati direttamente al mercato, ora sembra quasi di ritrovarsi nuovamente in volo, a planare con gli occhi sui tetti blu e rossi di Valencia, con lo sguardo che scruta tra i profili degli edifici, indaga le finestre e le vetrine in cerca di indizi di vita autentica e già si spinge oltre, verso le cupole inconfondibili della Città delle Arti e delle Scienze.

Plaza De la Virgen, vista dalla Torre Micalet

Finalmente ci decidiamo a raggiungere l’appartamento centralissimo che abbiamo prenotato dall’Italia a un prezzo incredibilmente ragionevole. Lasciati gli zaini, il tempo di una doccia e siamo già in Plaza de la Virgen. Tra una tapas e l’altra ci godiamo lo spettacolo di questo teatro all’aria aperta che sembra nato per ospitare la vita. Bambini che giocano indifferenti al resto del mondo, turisti di ogni parte del pianeta, valenciani di antico lignaggio e artisti di strada formano un’unica, formidabile compagnia di attori che si avvicendano eternamente sul palcoscenico, ora nel ruolo principale, ora defilati tra i comprimari, per impedire che il sipario cali sul grande e inarrestabile spettacolo dell’umana natura.

Valencia, Plaza de la Virgen


2. Sabato: immersione nei Giardini del Turia, fino all’Oceanografìc e al Museo delle Scienze.
All’ufficio informazioni ci spiegano che la Città delle Arti e delle Scienze si può raggiungere rapidamente in autobus. Ma è una bella mattina di sole, non abbiamo nessunissima fretta e non avremo problemi con le code, perché abbiamo già fatto i biglietti online; inoltre il complesso si trova proprio all’estremità sud est dei nove verdissimi chilometri entro cui si snodano i Giardini del Turia. È deciso: optiamo per una lunga passeggiata, convinti che il cammino, specie in questo caso, valga almeno quanto la meta.

Giardini del Turia, Valencia

Quando si pensa a Valencia, viene istintivo individuarne il simbolo nella scenografica Città delle Arti e delle Scienze, che – firmata da quello che è oggi il suo cittadino più illustre – ha inciso così fortemente sullo skyline e sull’identità di questa collettività, aiutandola a trovare lo slancio per proiettarsi in una dimensione internazionale, senza abbandonare le antiche radici profumate di Mediterraneo e Medioriente.

Città delle Arti e delle Scienze, Giardini del Turia, Valencia

Ma mentre passeggi nei  viali alberati di quello che fino agli anni Ottanta del Ventesimo Secolo era il letto di un fiume, non riesci a non pensare che forse è proprio questa arteria verde la vera anima della città: i Giardini del Turia, nati da un visionario intervento che portò a deviare il corso dell’acqua al di fuori dal percorso urbano in seguito a numerose e violente inondazioni che costarono la vita a molte persone, e a ricavare  un colossale parco cittadino nel letto prosciugato, sono accessibili, per loro stessa natura, da quasi ogni quartiere. Anno dopo anno sono stati in grado di incidere in profondità nel tessuto sociale di Valencia, creando una nuova centralità per così dire diffusa: oggi i valenciani si riversano a frotte a fare jogging, a giocare col cane, a fare skate, a girare in bicicletta, a fare palestra all’aria aperta. In altre parole: a godersi il proprio spazio, da mattina sino a notte. Davvero niente male, specie se si considera che il progetto iniziale prevedeva una strada a 8 corsie e che se invece dell’autopista è stato costruito questo parco meraviglioso lo si deve quasi unicamente al senso civico, all’attivismo e alla tenacia di un nutrito comitato di cittadini che si riunirono sotto lo slogan EL LLIT DEL TURIA ES NOSTRE I EL VOLEM VERD.

Giardini del Turia, skateboard

Grazie alla nostra immersione in questo sorprendente fiume-giardino di terra ed erba, l’evidente allusione alla fauna acquatica che caratterizza le forme della Città delle Arti e delle Scienze mi appare forse più pregna di significati e rimandi. Quando oramai, al termine del nostro percorso, emerge all’orizzonte il profilo inconfondibile della cupola bianca, lo immagino come la testa mastodontica di un immenso serpente marino, le cui squame scintillano come madreperla al sole fiero della Spagna, mentre il corpo è rappresentato proprio dalle verdi spire sinuose del Turia.

Città della Arti e delle Scienze, Valencia

È una sfida impossibile raggiungere l’Oceanografìc senza scattare almeno una decina di fotografie lungo il percorso. È sbalorditivo come nonostante instagram, tumblr, pinterest e flickr trabocchino oramai di immagini dedicate al complesso, la Città delle Arti e delle Scienze riesca ad apparire diversa ogni volta che la si guarda, esibendo prospettive, angolazioni e scorci sempre nuovi e sorprendenti.

Città della Arti e delle Scienze, Valencia

Dopo una succulenta scorpacciata fotografica, eccoci immersi nelle acque del nostro lato infantile, sorpresi di quella sorpresa crudele e candida insieme che è la meraviglia del bambino di trovarsi faccia a faccia con uno squalo toro, o di sentire sul viso gli spruzzi sollevati dall’acrobazia di un delfino.

È l’acquario più grande d’Europa, dicono, e forse è vero, anche se nei miei ricordi quello genovese non è certo meno ampio e ricco di specie. In fondo a chi importano questi record?

Museo delle Scienze, Valencia

Dopo un rapido pranzo consumato alle due e mezza del pomeriggio – in pieno stile spagnolo – stiamo già visitando il Museo delle Scienze. Va detto, in tutta onestà, che il contenitore supera di gran lunga il contenuto: ad allestimenti ambiziosamente interattivi (e a volte non perfettamente funzionanti) e votati all’idea imperante di una scienza pop e forzatamente divertente, non sembrano corrispondere elementi di vero interesse, come accade invece nel museo analogo di Londra. Al contrario, la struttura è sempre incredibilmente affascinante e ricca di prospettive ardite al limite del verosimile, che fanno a gara con le opere esposte per catture l’attenzione dei visitatori.

Museo delle Scienze, Valencia

Il pomeriggio inizia già a morire nel tramonto quando guadagniamo nuovamente il centro città. Fortuna vuole che proprio stasera sia prevista un’inconsueta apertura serale del mercato coperto, per una sorta di fiera gastronomica o festa dello street food (non ci è molto chiaro). Noi ci ritroviamo per puro caso nel posto giusto al momento giusto ed entriamo tra i primi, in mezzo a una vera marea di valenciani che fino a tarda notte verranno fatti entrare a scaglioni, per non intasare ogni singolo centimetro di spazio.

Mercado Central, Valencia

Dopo un’abbuffata di tapas di ogni tipo, con prezzi incredibilmente abbordabili (in realtà le tapas sono originarie dell’Andalusia, ma sono entrate da anni a far parte della gastronomia valenciana) assaggio ovviamente anche la paella, che secondo la tradizione nacque proprio qui. Chiudiamo la serata con un’ultima capatina a Plaza de la Virgen, dove due artisti di strada – un virtuoso dello streetfootball che avevamo notato anche la sera precedente e una ballerina che alterna passi di danza classica a numeri di giocoleria con il fuoco – si disputano pubblico e monete, che non tardano a risuonare nei rispettivi cappelli.

Plaza de la Virgen, Valencia

È una notte magnifica, quella che ci accompagna fino al nostro appartamento, tra i palazzi e i monumenti che fanno da quinte teatrali per rivelare spazi segreti e suggestivi che si dischiudono all’improvviso davanti agli occhi, come se solo un istante prima non fossero mai esistiti.

Notte a Valencia


3. Domenica. Gita a Xàtiva!
È vero: non avevamo molti giorni da trascorrere a Valencia, e forse non è stato del tutto logico investirne uno intero per visitare un luogo di cui prima di partire non sospettavamo nemmeno l’esistenza, decidendo solo sulla base di una fotografia accompagnata da qualche parola lusinghiera sulla guida. Ma dopo un po’ di titubanza abbiamo deciso di seguire l’istinto e partire alla scoperta di Xàtiva (Játiva, in valenciano). Attraversiamo a piedi il centro città, immersi in un’atmosfera piacevolmente surreale: tutti i viali sono chiusi alle auto per la settimana della mobilità sostenibile e sono letteralmente colonizzati da contingenti di pedoni, ciclisti, skater, pattinatori, monopattinatori e segwaysti che si spartiscono ogni centimetro di asfalto disponibile, come emissari di tribù urbane, ognuna con i propri rituali, totem e pantheon in cui riconoscersi. Guadagnata la stazione del Nord, facciamo i biglietti e siamo pronti per la nostra piccola avventura. Il treno procede tra periferie, campi e piane arse dal sole senza incontrare mai una vera cittadina. Presto iniziamo a distinguere i profili dei colli – bassi ma piuttosto aspri – e dopo un’oretta scarsa approdiamo alla meta: Xàtiva è un villaggio colorato e piacevole, costruito in salita e dominato dall’imponente altura del Monte Bernisa, su cui sorge il castello, unico vero polo d’attrazione per viaggiatori e turisti.

Xativa, dintorni di Valencia

Prima romano, poi arabo per moltissimi anni e infine rimaneggiato dopo la Reconquista, – da questa fortezza, a quanto pare, passò anche un certo Cid – il castello fu la culla di due papi appartenenti alla famiglia Borgia ed è ancora qui, oggi, a testimoniare l’importanza strategica che per lunghissimo tempo rivestì la cittadina.

Xàtiva, Valencia

Il prezzo del biglietto è sorprendentemente basso – se non ricordo male intorno ai due euro e cinquanta – e l’impressione generale è che questo scenografico complesso pregno di storia spagnola e generoso di panorami sconfinati sulla pianura circostante, sia un poco sottovalutato dai flussi turistici. Per quanto ci riguarda, non ci siamo pentiti nemmeno per un istante di aver tradito Valencia per un giorno con questa tappa.

Castello di Xativa, dintorni di Valencia

Pranziamo su di una terrazza con muretti in calce bianca e vista sull’uliveto inclusa nel coperto, e siamo pronti a rientrare alla base. In treno incontriamo un professore di spagnolo che ha vissuto ad Alghero per qualche tempo e ha voglia di scambiare due parole in italiano con noi. «Ho imparato anche un poco di sardo» butta lì, sperando forse che si possa tentare una conversazione anche in questo idioma. Purtroppo lo deludiamo, ma finiamo ben presto per parlare di come la lingua – a Valencia come altrove – sia spesso un problema più politico che quotidiano. «Io mi sento valenciano, come del resto mi sento spagnolo e anche europeo. E parlo volentieri il valenciano, così come lo spagnolo e ogni altra lingua che mi piace imparare» ci dirà, rispondendo a una mia domanda su questa strana faccenda del valenciano, che a seconda dei periodi e dei partiti al potere viene considerato ora una lingua vera e propria, ora un dialetto, ora un motivo di orgoglio ora una zavorra del passato. «Sì – mi conferma poco dopo – da venti anni a questa parte Valencia è diventata un’ottima città in cui vivere: più piccola, umana e meno costosa di Madrid e Barcellona, ma sufficientemente aperta al mondo, all’arte contemporanea e al nuovo».
«E i Giardini del Turia? – domando – Non riesco a ricordare nessun intervento di portata simile nella storia recente di una città italiana»
«Non tutto è stato perfetto, per farli hanno abbattuto anche edifici che forse sarebbe stato meglio conservare, per l’identità della città. Però hanno dato un nuovo volto a Valencia e d’estate si riempiono di eventi e persone che fanno mille attività. Sono fantásticos».

Castello di Xativa, dintorni di Valencia

Sono all’incirca le sei quando il treno raggiunge Valencia. Dopo un’orzata che non è affatto a base di orzo, ma di un tubero chiamato chufa (o cipero) – e un giretto tra le vie dello shopping, ci avventuriamo nel Barrio de la Carmen, affastellato di negozietti, locali di ogni tipo, un’infinità di murales e qualche monumento interessante, come le quattrocentesche Torri del Quart, antiche porte della città, gemelle eppure asimmetriche, caratterizzate da una rapsodia di scalini arzigogolati che sembrano entrare e uscire dalle aperture senza uno schema razionale.

Street art a Valencia, barrio de la Carmen

Ceniamo a base di tapas in un locale piuttosto noto – La Taberna de Marisa – per terminare ancora una volta la serata tra gli artisti di strada di Plaza De La Virgen.

Torri del Quart, Barrio de la Carmen, Valencia


4. Lunedì e martedì. Dalle spiagge del porto, alla savana del Bioparc.
Antichissima e contemporanea, piccola eppure internazionale, romana, araba e gotica. Valencia è tutte queste cose, ed è anche una vera città di mare, con chilometri di spiagge di sabbia fine e gialla, incorniciate da viali di palme battuti da guardie a cavallo come in un telefilm californiano. Non possiamo non dare un’occhiata anche a questa parte di città, che si raggiunge dal centro con il bus 19.

Valencia Beach

Dopo una mattina trascorsa a temprare i piedi con sabbia rovente e acqua gelida, attraversiamo di nuovo tutta Valencia con il 95, fino all’estremo opposto, dove sorge il Bioparc. Ovunque, sulle guide e sui siti, sui depliant e sui manifesti, è presentato come un importante progetto di tutela e salvaguardia per gli animali, spesso recuperati da circhi o altre situazioni di disagio, che impediscono di fatto un reintegro in natura. Eppure una parte di me è sempre restia, quando si tratta di visitare quello che a tutti gli effetti è un giardino zoologico.

Bioparc di Valencia, giraffa

La verità è che il Bioparc, a tratti, lascia davvero stupefatti: in alcuni casi si può passeggiare liberamente tra gli animali, come avviene per esempio nella zona dei lemuri, che vivono in un boschetto apparentemente privo di qualsiasi barriera. Capita inoltre di assistere a comportamenti del tutto naturali, che stupiscono un poco in un ambiente come questo: abbiamo visto con i nostri occhi, per esempio, i pellicani cacciare le carpe che nuotano nei ruscelli, nutrendosi proprio come avrebbero fatto in natura.

Bioparc, Valencia

In altri casi, come per quanto riguarda elefanti e rinoceronti, un documentario spiega chiaramente l’origine degli animali, provenienti da situazioni quasi irrecuperabili: rispetto a una vita intera trascorsa in una microscopica gabbia in cemento, la savana ricostruita con l’aiuto di professionisti del benessere animale e una rinnovata vita di gruppo, sono probabilmente quanto di meglio si potesse fare per questi esemplari.

Bioparc di Valencia, elefanti salvati da un circo

Emergono lontani, di quando in quando, gli alti grattacieli che si stagliano sullo skyline. Ma se all’inizio queste intrusioni mi appaiono come un disturbo alla perfezione degli scenari ricostruiti, ben presto mi abituo all’idea – più vera e forse anche più ottimistica – di una compresenza nello stesso campo visivo di due realtà tanto differenti. È come se nel surikata che si allunga a osservare quello strano totem di vetro e cemento, si nascondesse la speranza futura di una convivenza realmente percorribile.

Bioparc, Valencia

Sono oramai le sette quando riprendiamo la via del ritorno, approfittando un’ultima volta dei Giardini del Turia, che dall’estremo nord ovest ci riconducono in un’oretta di passeggiata in pieno centro città, tra squadre di atletica, anziani a passeggio, ragazzi e ragazze che praticano ogni tipo di sport.

Giardini del Turia, Valencia

L’indomani consumeremo il nostro lungo addio a Valencia avvolti nell’abbraccio caldo e lieve dei profumi di arancia, vaniglia e caffé, in un Mercado Central che ancora si stropiccia gli occhi prima di trovare le energie per svegliarsi del tutto e affrontare una nuova giornata di lavoro. Osservo il cucchiaino, nella mia mano, fendere la schiuma della tazza in ampi cerchi e per un instante mi illudo che quel gesto possa avere il potere di frenare lo scorrere del tempo, quasi fosse un sortilegio. Credo che ce l’avrei anche potuta fare, se il clangore assordante di una saracinesca non avesse interrotto la mia trance, riportandomi a una realtà metallica di ali e turbine che non mi aspetteranno di certo, se mi attarderò troppo. È tempo del nostro kiss&fly, Valencia.

Mercado Central, Valencia

 

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