ACAL di Don Dorino Conte, successivamente Istituto Don Magnani

Viaggio dietro casa, sulle tracce delle scuole ACAL.

Questa esplorazione è così minima, che la meta si trova a una manciata di metri da casa: per scoprire la Baghdad che sorge nel quartiere Ancora di Sassuolo non è l’auto il mezzo più opportuno: occorre viaggiare nel tempo, attraverso fotografie, parole e testimonianze.

È difficile sopportare la presenza inquietante del cadavere edilizio che violenta le mie retine ogni volta che mi affaccio alla finestra. Per esorcizzare l’influenza che la bestia aberrante – un mastodonte putrefatto e sventrato di cemento marcito – esercita sul mio umore, lo chiamo spesso Baghdad.

ACAL di Don Dorino Conte, successivamente Istituto Don Magnani

È evidente che ricorda un rudere di guerra, eppure, nel tempo, mi sono reso conto che confinarlo in questo scenario da tragedia remota, alla periferia del regno, in una dimensione che non mi riguarda e che non ho mai conosciuto personalmente, se da una parte mi ha aiutato a sopportarlo e a tenerlo a distanza, a convincermi che il mio abitare, in fondo, non abbia niente a che spartire con lui, dall’altra non mi ha permesso di entrare mai davvero in relazione con la sua essenza.

ACAL di Don Dorino Conte, successivamente Istituto Don Magnani

Poi c’è stato quel weekend. Avevo un po’ di tempo e decisi di impiegarlo recuperando brandelli di storia perduti tra una vecchia tesi di laurea e un libro che mi ero fatto prestare. Oggi ho un’idea più certa e definita della sua identità e sono ancora un poco sbigottito sugli esiti di questa parabola, al limite dell’assurdo: la storia del mostro coincide per buona parte con la storia di Sassuolo, ma da un certo punto in poi la realtà ha preso una piega avvilente. Probabilmente l’edificio, dopo anni di onorata carriera, sarebbe potuto essere la sede ideale per accogliere un museo pubblico della ceramica, che invece la città – si può dire – in pratica non ha, fatta eccezione per la galleria privata e visitabile solo su appuntamento dell’azienda Marca Corona. Ma questa è un’altra storia. Andiamo con ordine.

ACAL di Don Dorino Conte, successivamente Istituto Don Magnani

Nel 1952 un prete di origine vicentina viene incaricato di fondare la Parrocchia dell’Ancora, un quartiere piuttosto povero nel Comune di Sassuolo. Avendo lavorato a Reggio Emilia come segretario del Monsignor Socche e avendo toccato con mano le vicende che hanno portato alla chiusura delle Reggiane, Don Dorino Conte – così si chiama – intuisce che a Sassuolo, e specialmente in un quartiere povero come l’Ancora, serve come il pane una scuola per togliere un buon numero di ragazzetti dalle strade e prepararli alla svolta industriale che già s’intravvede, in modo da garantir loro un qualche futuro. È così che è nato il fabbricato, tirato su a mano dai ragazzi stessi che frequentavano l’istituto, inizialmente ospitato da edifici parrocchiali. Stavo per scrivere tirato su mattone dopo mattone, ma sarebbe scorretto, perché nella realtà i mattoni nemmeno li avevano: li fabbricavano pressando resti ceramici recuperati dalla Marazzi.

ACAL di Don Dorino Conte, successivamente Istituto Don Magnani

La scuola, battezzata ACAL (Attività Cattolica di Avviamento al Lavoro) e messa insieme grazie agli aiuti, agli strumenti e ai macchinari della già citata Marazzi, della Fiat di Torino e di Modena e della fabbrica Ballarini, era avanti anni luce per l’epoca, con programmi e intenti simili agli attuali Istituti Tecnici Superiori: formare, attraverso un programma di studi che alternava teoria e pratica, tecnici specializzati che potessero dare un contributo significativo all’interno delle nascenti imprese ceramiche della zona. Eppure, nonostante in pochi anni abbia diplomato oltre un migliaio di persone che trovavano subito un lavoro (spesso cambiando per sempre destini di ragazzi apparentemente già segnati dal ceto) e fosse stata riconosciuta anche giuridicamente per la sua importanza strategica, nel Comune di Sassuolo furono in pochissimi a rendersi conto del valore fondamentale dell’Istituto. Tant’è che la storia degli anni immediatamente successivi è tutto un intorbidirsi di invidie, antipatie, miopie e micro-campanilismi che riuscirono a infettare il gigante di cemento e mattoni pressati, se non ancora nel corpo, di certo già nell’animo.

ACAL di Don Dorino Conte, successivamente Istituto Don Magnani

Nel 1965 la situazione precipita. Lo stato smette di finanziare l’ACAL, in quanto scuola formalmente non statale. Inoltre, con la morte di Monsignor Socche e il venir meno della sua protezione, la Curia, che a quanto pare non vedeva così di buon occhio la figura di un prete che dal nulla aveva saputo costruire un progetto geniale e attrarre persino i favori di alcuni imprenditori parecchio in vista, pretende che Don Dorino consegni l’immobile (riconoscendogli poi 60 milioni di lire grazie a un ricorso, che in realtà servirono appena per ripagare prestiti ottenuti da imprese). È il colpo di grazia: Don Dorino morirà in seguito in estrema indigenza, quasi dimenticato dai sassolesi. Incredibile a dirsi, se si conta che tra i diplomati dell’ACAL figurano nomi di alcuni dei più grandi imprenditori del distretto e di alte cariche presso Confindustria Ceramica e Acimac.

ACAL di Don Dorino Conte, successivamente Istituto Don MagnaniNella storia più recente la scuola diviene statale (ma non viene nemmeno intitolata a Don Dorino). Infine, al termine di questa straordinaria eppure assurda parabola, l’edificio viene abbandonato intorno alla seconda metà degli anni Novanta e lasciato a imputridire proprio dietro la Marazzi, dove tutto ha avuto inizio. Dev’essere quest’ultimo abbandono ad averlo fiaccato del tutto, trasformandolo nel desolante cumulo di macerie attuale. E invece – non vi sembra? – con tutta quell’epica trasudata dalle pareti, con tutta quella storia innervata tra le colonne, avrebbe potuto essere un museo – come scrivevo sopra – o forse vivere ancora attivamente, per esempio ospitando studi, laboratori artigiani o startup.

ACAL di Don Dorino Conte, successivamente Istituto Don Magnani

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